1° puntata
di Mariano Sessa
La nostra prima videoconferenza del 7 maggio 2020 scorso ha avuto come argomento la cura e la coltivazione dei bonsai in balcone con la conduzione magistrale del nostro socio e amico Piero Rosso. È stato un vero successo come lo sono stati gli appuntamenti successivi che hanno coinvolto altri soci ed istruttori sempre del nostro beneamato club. Per accontentarci diciamo che non tutto il male vien per nuocere; l’aver testato anche noi la ‘didattica a distanza’ è stato bello ed istruttivo ma gridiamo anche che ne avremmo voluto tanto farne a meno di questa brutta costrizione! Ovviamente un grande ringraziamento va a chi (Gianluca Traversa) ci ha messo nelle condizioni tecnologiche di poterci almeno parlare e vedere tutti insieme via internet. L’ambiente del Club credo però che manchi fisicamente a tutti noi, con gli amici da rivedere, con gli argomenti fisici da toccare, veri e concreti come sono le nostre amatissime piante. E manca soprattutto il rapporto umano, lo scambio di battute a cui io per primo non mi sottraggo mai; non posso farne a meno anzi a volte esagero proprio come ben sa chi mi conosce da tempo! La metto sempre sul ridere tanto per scherzare e sdrammatizzare un po’ certe situazioni. Mi manca tanto e non vedo l’ora che si possa tornare quanto prima a frequentarci nella nostra sede, credo sia anche per voi così. Tornando sull’argomento del balcone … ma non ne avevamo allora già parlato abbastanza osserverebbe qualcuno? Che sarà mai! Che noia! È solo un balcone, che c’è ancora da dire? Col passare del tempo rimuginando sulle cose ascoltate pensavo e ripercorrevo la mia storia personale. Pian piano ha cominciato a prendere forma una certa mia insoddisfazione, la sensazione che l’argomento della coltivazione su balcone sia considerato ‘minore’ rispetto ad altri. Minore come importanza forse sì rispetto ai giardini o terrazzi normalmente più ampi, ma non di meno è l’impegno profuso da chi ci è costretto e sia la grande sofferenza subita per i mancati successi. C’era un qualcosa ancora da dire, da raccontare, da trasmettere e in quella serata non era proprio opportuno disturbare il ‘manovratore’ dato anche il tempo ristretto e la novità della situazione. Dunque, perché questo titolo? Lasciatemelo dire, proprio io sento la necessità di ritornare sull’argomento dato che da un trentennio abbondante lotto e mi sbatto su un balcone (0,935 m x 2,196 m spazio interno) esposto a sud-sudovest senza altri stabili di fronte, en plein air (scusate questa divagazione forastiera). Vorrei farvi partecipi delle mie esperienze veramente singolari in cui qualcuno, magari, ci si possa ritrovare e trarre qualche spunto o qualche idea utile. Non è facile capirete sintetizzare 30 anni circa di attività e nemmeno vorrei dilungarmi troppo col risultato di annoiare, ma come si fa? Leggetelo, se vorrete, senza impegno come un racconto dato che sono svariate le situazioni e qualcuna anche curiosa. Mi sono ricordato di aver già scritto qualcosa in merito tanto tempo fa e sono andato a rileggere l’articolo apparso sul nostro compianto giornalino Bonsario datato luglio 2001 (non è un refuso, proprio quasi 20 anni fa). Parafrasando un detto circa la quantità d’acqua passata sotto i ponti … quante piante sono passate sul mio balcone! Le piante sono immortalate nelle vecchie foto, gli attrezzi invece poco alla volta hanno riempito la mia valigetta di lavoro, piccola consolazione. Nel rileggere l’articolo ho provato un po’ di emozione e nostalgia ed ho risentito quel particolare fuoco che prende noi appassionati di bonsai, almeno nei principianti è così. Penso a come, dopo tutti questi anni, il mio vecio (è veneto) olivastro combattente riesca a resistere, lui, già salito all’onore della cronaca per ben due volte e con questa fanno tre. Ha raggiunto la bell’età di 21 anni e devo dire che è’ proprio un tipo tosto! Non sono ancora riuscito a farlo seccare! In società non ha fatto ancora la sua apparizione ma ora sto pensando a come rendergli l’onore che merita. Comunque, a distanza di così tanto tempo non sono riuscito a trovare una qualche quadra circa la gestione dell’ambiente-balcone. Oh! Poffarbacco! Come mai? Che strana storia è questa? Ora ve la racconto.
Il primo balcone (n.1)
In questa foto potete vedere come si presentava più o meno negli anni ’90 il corso De Nicola dove abito tuttora. Nel mezzo del corso crescono dei grossi platani quasi centenari. Abbiate pazienza se andrò a spasso nel tempo, un po’ avanti e un po’ indietro ma la mia storia lo impone. Questi bei platani arrivano tranquillamente anche oltre il 6° piano e data la vicinanza con gli stabili ne risulta che i piani più bassi sono abbastanza riparati. All’epoca il mio terzo piano era in una situazione perfetta, piena luce e sole che durante la fase fredda della stagione filtravano tra gli alberi spogli; nella stagione calda piena luce e sole schermato da quella verde cortina naturale offerta dagli alberi. I rami dei platani erano così vicini che accarezzavo l’idea di non mettere le tendine alla finestra del salotto dando l’idea di un salotto nel bosco, anzi del bosco nel salotto. La carezza mi è rimasta in tasca per opposizioni casalinghe per così dire. Sul lato destro del corso si nota oggi un filare di pioppi (in origine c’erano dei faggi che ombreggiavano la seconda carreggiata).
Questo doppio filare di platani al centro e faggi sull’altro lato, alti e imponenti, facevano godere d’estate una certa frescura nonostante che il trincerone ferroviario dall’altro lato del corso fosse un vero forno a cielo aperto (la foto mostra il cantiere in fase avanzata, in mezzo al tunnel si scorgono ancora i binari dei treni).
Uno di questi faggi vive, esiste e resiste ancora oggi all’interno del giardino del palazzo più alto che sta in mezzo alla foto e lo ammiro tutte le volte che ci passo di fianco perché è un esemplare piuttosto grande e bello e potrebbe anche essere un centenario. È un vero spettacolo! Per i primi due anni ’90-’92 quindi ho gestito la situazione del balcone senza troppi problemi, non pensavo ancora ai bonsai e mi limitavo a mantenere vive alcune piante tipiche da balcone come pelargoni, piante grasse e piante aromatiche come peperoncini, la salvia, la menta, il basilico, il rosmarino. Tempo fa in uno dei nostri mercatini avevo ammirato dei mini-rosmarini coltivati a bonsai erano veramente piccole e graziose opere d’arte. A quel tempo ero impegnato con altre essenze e avevo accantonato l’idea di provarci anch’io. Se allora la avessi seguita forse oggi ne potrei godere di più dato il clima più favorevole e la generosità nello sviluppo di tale essenza. Ci sto ancora provando e vedremo cosa ne uscirà. Ho sempre desiderato avere un pezzo di giardino e quando l’ho avuto per pochi anni ne sapevo proprio pochino, ero alle prime armi, stavo ancora solo ‘pasticciando’ con piante diversissime tra loro tra svariati tipi di rose, ortensie e le piante più varie inframmezzandoci qualche mio esperimento orticolo. Allora abitavo in una casa in affitto ed il giardino della casa era stato affidato alle mie cure per conto della proprietaria dello stabile. Disponevo anche di un ampio terrazzo dove altre piante da vaso facevano bella mostra di sé. Non avevo ancora il pallino del bonsai ma il seme stava germogliando. Il mio primo pre-bonsai infatti è nato proprio lì da un seme di ligustro che io da ‘ignorante’ sostenevo fosse un bosso. Ero così fiero di questa piantina che cresceva abbarbicata su una pietra che me la sono portata alla mia ‘prima’ del club. È stata la prima lezione che mi è stata impartita appena arrivato nella sede della Borsa Valori dove all’epoca si svolgevano le nostre riunioni. Mi stavo preparando a saperne di più sui bonsai. Disponevo già da tempo di un manuale (fotocopiato) di tecnica redatto da un famoso bonsaista (Carlo Oddone) e da ignorante non ne davo l’importanza fondamentale che invece ha avuto nel corso degli anni successivi fino ad oggi. Di lì a poco infatti avrei acquistato il primo numero di Bonsai&news e così per gli anni successivi formando una discreta biblioteca più tutti gli altri volumi e pubblicazioni inerenti arrivati ‘bonsaiando-bonsaiando’. Per la verità, quello del pasticciare con la terra ha radici lontane. Risalgono alla fine degli agli anni ’50 inizi ’60. In quel tempo con la mia famiglia abitavo in un alloggio popolare nell’estrema periferia nord di Torino. Come tanti in quell’epoca di ristrettezze economiche anche mio papà si dedicò alla ‘gestione’ di un orto abusivo ricavato su di una vecchia discarica abbandonata. Infatti, zappando, dalla terra spesso riaffioravano frammenti di oggetti che avevano fatto parte della vita di chissà chi. Io, bambino, accompagnavo sovente mio papà nell’orto e nella sua estrema bontà lui mi aveva lasciato per i miei esperimenti un pezzettino di terreno posto all’ombra perché il sole non mi scottasse mentre ero chino a pasticciare. Così ero anche impegnato a non fare danni altrove, ovviamente. Lui però non si curava tanto del sole tanto che una volta proprio per una brutta insolazione ci ha fatto veramente spaventare. Mi sembra ancora di vederlo steso nel letto e la faccia viola. Un marinaio come mio papà difficilmente sarebbe potuto diventare un buon contadino senza avere un po’ di quella conoscenza, esperienza e sapienza. Non bastava solo seminare ed aspettare i frutti. Risale a quell’epoca il mio incontro ravvicinato, ravvicinatissimo con dei simpatici animaletti neri che galleggiavano a gambe all’aria nel mio piatto preferito, lo stufato con piselli. Non che mi piacessero i piselli ma mi divertivo a contarli impiegandoci il tempo necessario per la disperazione di mamma e papà. Poveri afidi! Insieme alle erbe aromatiche anche loro ci finivano nel piatto e quelli che non vedevamo finivano nel nostro stomaco senza alcun problema. Quella della conta dei piselli era un gioco da bambini che facevo con mio fratello Giorgio e mia cugina Any. Nei pranzi familiari attorno al nonno Antonio decano della famiglia veniva preparato per noi tre un tavolino appartato per la nostra felicità e soprattutto per la tranquillità dei grandi. Ci dovevano sempre richiamare all’ordine tanto era il chiasso che facevamo e le risate esagerate che poi facevano arrabbiare i nostri genitori! Tornando all’orto, povero papà, lui si dannava zappando la terra, toglieva tutte le pietre che trovava e vi assicuro che erano proprio tante. Ogni tanto riempiva la carriola e le portava via. Così facendo affinava sempre più il terreno e non riusciva a capacitarsi com’era che, con una terra così bella pulita e sgombra da inutili sassi, le sue piante crescevano esili e asfittiche mentre il vicino aveva delle piante rigogliosissime. Mi sembra ancora di vederlo questo signore anziano appena un po’ più alto di me che ero ancora piccolino, con il suo cappellino di paglia ed il suo inseparabile mezzo toscano che gli pendeva spento dalle labbra. Anche se nascosto dalla vegetazione circostante sapevamo della sua presenza dall’odore del sigaro e me lo rivedo ancora adesso col suo passo lento e sapiente, da vecchio saggio. Questo signore lui sì ex agricoltore esule istriano coi sassi aveva una antica familiarità data la natura sassosa della sua amata Istria, terra d’origine. Lui le pietre proprio non le toglieva dal terreno, ci sapeva convivere anzi le utilizzava una in fila all’altra creando dei cordoli per delimitare i sentieri tra gli spazi coltivati. Era un vero giardino il suo altroché orto e con tanti fiori che attiravano gli insetti impollinatori. Ogni tanto andavo a trovarlo ed ammiravo la sua opera passeggiando tra i sentierini. La terra dell’orto di mio papà era diventata invece tutta una zona secca ed argillosa e di conseguenza le radici delle piante non riuscivano a respirare abbastanza. Lui non sapeva che i sassi aiutavano ad evitare proprio il compattamento della terra, l’indispensabile drenaggio era una cosa a lui sconosciuta ed inconcepibile. È una situazione naturale che noi abbiamo imparato a replicare per le piante in vaso sia per i bonsai che per tutte le altre piante.
Ovviamente nell’orto di mio papà di fiori neanche l’ombra, mica si poteva sprecare il poco spazio prezioso per piante che non davano da mangiare! Questa avventura è durata quasi dieci anni ma poi l’avanzare della civiltà ha stravolto quella zona periferica di Torino. La via Sansovino diventò a due corsie diventando una vera tangenziale periferica ma essenziale per il traffico automobilistico cresciuto a vista d’occhio. Erano gli anni del boom economico che ha asfaltato tutto il necessario e addio ai campi coltivati e non e addio anche agli orti abusivi, gli orti della passione! Nella foto (1964), un po’ sfocata, dietro a mio papà sorpreso a togliere erbacce, si notano oltre ad altri orti abusivi in alto i palazzi appena costruiti del quartiere Le Vallette. Da sempre ho ‘invidiato’ coloro che disponevano di un giardino o di un terrazzo ma col tempo ho capito che invece sbagliavo a pensarla così, anche lì non è mica tutto oro quello che luccica. I problemi sono diversissimi e semmai amplificati per lo spazio e per il numero e la varietà di essenze da seguire. Quindi sapersi contenere potrebbe o dovrebbe essere una giusta linea guida, adeguata alla situazione a anche ai propri mezzi in senso lato.
FINE PRIMA PARTE (Torino 18 agosto 2020)

