2° puntata
di Mariano Sessa
Il secondo balcone (n.2)
Dal 1992, quindi, in corso Enrico De Nicola è iniziato il cantiere del Passante Ferroviario che,
stravolgendo la città nel suo lento avanzare verso periferia nord si è protratto qui in zona largo Orbassano per ben 15 anni e non potete immaginare quanto rumore notte e giorno, quanta polvere, terra, cemento il vento ci ha fatto mangiare. Successivamente ne hanno gioito altre zone di Torino per lo stesso cantiere e ancora oggi è così’ nella parte finale verso corso Grosseto non ancora ultimato (vedi corso Venezia). Tutta questa zona è stata letteralmente stravolta. Man mano che il cantiere avanzava in altre zone lasciava dietro di sé il deserto e la natura poco alla volta prendeva il sopravvento. In breve tempo sono cresciuti erbacce ed arbusti di ogni tipo tra i quali di sera si notavano frotte di pantegane grandi come conigli che si stavano riappropriando del loro territorio.
Il mio povero balcone ha cominciato il periodo peggiore e qui si comincia a svelare anche la ragione del titolo. Il doppio filare quindi, quella bella cortina vegetale, è stata rasa al suolo appena due anni dopo il mio arrivo esponendo tutti i balconi del corso ai quattro venti, ai quattro soli e anche ai quattro formaggi come la pizza che potrei ancora cuocere sul bordo del balcone! Questi faggi poverini sono stati rasi al suolo
per l’apertura del cantiere del Passante Ferroviario Quadrivio Zappata e sostituiti molti anni dopo con i pioppi in seguito alla fine dei lavori di copertura, quelli della foto che apre la prima parte già pubblicata. Per la cronaca la Stazione Zappata da allora è ancora chiusa, gli ingressi dalla superficie tappati e cementati e sono quasi ventanni che è così.
Sulla sinistra nell’angolo la caserma Montegrappa, a destra il largo Orbassano. A parte la battuta sulla pizza, rettifico quanto appena detto in quanto il mio balcone è sì esposto ai venti di levante o di ponente (sinistra e destra) avendo alle spalle lo stabile ma è riparato dal balcone di sopra. Sembra poca cosa ma è un vantaggio prezioso che si aggiunge anche la protezione abbastanza assicurata da grandinate a meno che non si tratti di tempesta che picchiando in ogni direzione invece non risparmia niente. Un altro aspetto che ho imparato a sfruttare è la durata dell’irradiazione solare piena. D’inverno il sole illumina il mio balcone appena fa capolino da dietro la collina a est più o meno direzione Cavoretto e fino al tramonto dietro al Monviso. Un inverno avevo protetto preventivamente dal gelo (ma chi l’ha visto e sentito poi?) alcune piante con dei teli bianchi ma non è stato più necessario ovviamente. D’estate qui il sole arriva quasi a picco verso la mezza e fino al tramonto illumina riscalda e cuoce tutto. Facendo attenzione quindi a questa ciclicità programmo le innaffiature ordinarie e le attività di manutenzione. Dallo sterminio degli alberi giù nel corso tutto l’ambiente è stato trasformato completamente e quindi mi sono trovato ad affrontare una nuova situazione (balcone numero due). Ne ho viste più di cotte che di crude, ne converrete credo.
La cosa particolare è che mai avrei potuto immaginare come sarebbe cambiato l’ambiente circostante. È stato come aver gestito la situazione su balconi diversi senza che né io né il mio balcone avessimo fatto il pur minimo trasloco. Veramente mi devo fare i complimenti per la resistenza. Comunque non avevo ancora riempito il balcone di piante fino al 1996 da quando frequento il Club. Da lì in poi ho cominciato ad ammassare piante una contro l’altra dalle più piccole talee a piante più mature ma poi rivelatesi non proprio adatte. In poco tempo non c’era più una pianta da fiore tant’è che, non senza ragione, mi sono giunte le proteste (ma cos’è tutta quello schifo di roba verde senza neanche un fiore?).
Andando in giro col mio fido Thomas (qualcuno al club lo ricorda ancora) portavo a casa piantine di ogni tipo che mi parevano interessanti tutte nate da seme da specie presenti nel territorio cittadino più o meno accessibile. Da queste esplorazioni ho imparato i nomi delle piante consultando pubblicazioni varie. Ad un certo punto faticavo a girarmi nel balcone e studiavo una qualche soluzione. Allora ho sfruttato lo spazio in altezza agganciando fioriere alle pareti e nel corso degli anni ho notato che le archistar hanno messo in pratica su larga scala questo sistema di ottimizzazione degli spazi. Se non c’è spazio in orizzontale allora facciamolo in verticale! Le fioriere appese, già, bella trovata ma anche questa mi è stata impedita in seguito alla ristrutturazione della facciata dello stabile nel 2008. Quindi niente più buchi o cose varie appese ai muri esterni su diktat della proprietà! Dopo aver superato il terribile 2003 cercando di limitare i danni da un’estate più torrida che mai, con l’accecante riverbero del cantiere sottostante ancora aperto e spoglio, ora cominciava una nuova sfida senza più le fioriere alle pareti; era un mezzo balcone e per giunta nudo al sole senza protezione e con l’aggiunta del riverbero luce+calore delle pareti stesse. Solamente dopo l’una di notte i muri cominciavano ad intiepidirsi e vi lascio immaginare le mie notti nella mia camera da letto senza un condizionatore! Per gli amatori dei pelargoni è stato l’anno dell’esplosione demografica della terribile farfallina sudafricana Cacyreus marshalli che anche a me ha distrutto le uniche due piantine che avevo sistemato in mezzo alle altre per dare un po’ di colore e soddisfazione in casa. Ben presto ho dovuto amaramente constatare che molte delle piante raccolte qui e là non erano adatte per farne dei bonsai ma mi dispiaceva disfarmene ormai erano di famiglia. Poi per ragioni che spiegherò più avanti anche piante più pregiate, conifere (clima innaturale), aceri (troppo delicati) ed altre sfortunate essenze sarebbero finiti tutti nei miei album dei ricordi. C’è chi ha gli scheletri nell’armadio e chi una legnaia costantemente rifornita. Ci ho ironizzato parecchio sulla mia speciale attività nella produzione di ‘legna secca’. Ho scoperto negli anni quanto questo aspetto sia il vero nervo scoperto tra noi bonsaisti ed ammesso sempre a denti stretti, certo, mica fa piacere rivelare i propri fallimenti! Appena traslocato avevo comperato un acero tridente con l’intenzione di farlo crescere naturalmente e fargli sviluppare la chioma in tutta la sua particolare bellezza verso l’esterno del balcone. È durato un anno solo e poi il sole me l’ha bruciato. Ma quando l’arte ti prende la mano … diventi incontenibile e lo spazio non basta mai, via una pianta ecco subito la sostituta. L’esperto Piero che più esperto non si può ci ha introdotto ed intrattenuto piacevolmente in quella serata sull’argomento della coltivazione su balcone che non è per niente semplice anzi piuttosto complicata come hanno dimostrato le tante domande timidamente avanzate su vari aspetti e qualcuno ci ha fatto partecipi delle proprie esperienze, esperimenti concreti alcuni con successo altri meno. Io me lo ricordo il suo balcone di Nichelino, era pieno zeppo di piante ed era per me una delizia ammirarle. Tempo dopo lui ha avuto l’occasione di vedere il mio … che pena in confronto! Come in ogni laboratorio anche gli esperimenti sul balcone servono a trovare la via o le vie più appropriate al risultato che si vuole ottenere e anche gli insuccessi più cocenti insegnano a non ripetere gli errori, almeno dovrebbero. Ma la costanza, direi meglio la perseveranza, aiuta a superare lo sconforto, uno sgradevole compagno di strada. Ho conosciuto nel corso degli anni molti soci che poi non hanno continuato la frequentazione, hanno abbandonato nonostante portassero al Club esemplari di bonsai o piante in coltivazione veramente interessanti. Sono spariti e questo mi dispiace un po’, d’altronde ognuno ha i suoi problemi. Che fossero tutti balconari? Di balconi, si sa, ce ne sono di tutti i tipi e dimensioni e in tutte le svariate posizioni o zone quante le case di cui ne fanno parte e quindi viene difficile generalizzare senza incorrere nel pericolo di vanificare tutta la fatica, il tempo e per ultimo ma non trascurabile il denaro speso. Ognuno si trova da solo ad affrontare via via i problemi più strani e singolari come è singolare, appunto, il proprio balcone. È anche vero, a pensarci, che tanti esempi singolari ne potrebbero fare quasi un disciplinare ma non scomodiamo gli accademici! Di grattacapi ne hanno già di loro! Però ho notato che c’è sempre più gente che si trova a dover affrontare problemi non da poco dovendo arrangiarsi in uno spazio più o meno ridotto ma anch’esso molto particolare e delicato.
Il terzo balcone (n.3)
In mezzo alla seconda foto quello con le piante è il mio e da una dozzina di anni sta godendo della stessa irradiazione solare ma è l’ambiente sotto e circostante letteralmente diverso come potete vedere dalle foto. C’è un’umidità migliore data dalla presenza di filari di alberi, siepi e un grande prato che è il ricavato della copertura del passante ferroviario. La polvere è quasi azzerata. Nel prato lo strato di terra però è sottile, va dal mezzo metro ad un metro e mezzo nelle poche parti più profonde e quindi più che erba non può crescere ma questo aspetto non è del tutto negativo. Ci sono stati e ci sono ancora dei progetti per sfruttarlo ma, guarda un po’, i fondi stanziati non ci sono mai realmente perché ci sono altre necessità di bilancio … Andiamo avanti! Può darsi che per colpa del Covid-19 l’obbligo agli arresti domiciliari ci abbia costretto a guardarci meglio intorno e a cercare di valorizzare meglio quello che abbiamo in casa. Io sono costretto normalmente a farlo anche senza il virus! Per me è cambiato proprio poco, dovrei esserne avvantaggiato. Dopo tutto questo, vorrei riepilogare una serie di mie osservazioni ed esperienze sul campo, pardon, sul balcone in relazione a ombreggiature, schermature e defogliazione. Questo che dirò va ad aggiungersi come esperienze pratiche a quanto sentito in conferenza. Quindi, ad esempio, troppo sole? Se vivete in città scordatevi le conifere, meglio evitare inutili sofferenze a voi stessi e alle povere piante e così pure le nostre beneamate erbe di compagnia salvo situazioni eccezionali. Molta cautela con le erbe di compagnia, nei piccoli vasi i colpi di secco fanno strage. D’altronde riflettete su quale sia il loro habitat naturale e di conseguenza … agite. Il muschio? Lasciamo perdere! Per parlare di ombreggiatura esiste per esempio una difficoltà normativa nei condomini in genere. Il decoro della facciata dei condomini non può essere stravolto o disturbato nella sua estetica da installazioni più o meno fisse. Quindi una schermatura con tanto di rete ombreggiante non può essere installata neanche provvisoriamente. In casa di proprietà questa regola però viene facilmente aggirata. Ottima sarebbe l’installazione di una tenda a rullo o di una capottina parasole ma questo comporta anche qui il nulla osta del condominio/proprietà quando non anche l’uniformità tra tutti gli altri balconi dei condomini e qui la cosa diventa complicata (ho vissuto anche questa esperienza). Anche la posa di portavasi deve sottostare ad una regola che impone la messa a dimora di questi solamente all’interno del balcone stesso per ragioni di sicurezza altrui (terra, sassi o acqua debordanti ed in caduta libera sui disotto passanti). E questo riduce ancora l’esiguo spazio disponibile. Sulla verticalità ho già detto prima. La schermatura dei vasi la si può effettuare ad esempio con la vicinanza tra gli stessi in modo che si proteggano a vicenda; i vasi così sono all’ombra mentre le chiome delle piante sono in piena luce come vedete nella foto sotto. Il rivestimento dei vasi con fogli di alluminio è una buona idea per respingere l’effetto dei raggi di sole sugli stessi che sono quasi tutti di colore nero o scuro, specie quelli di coltivazione.
Uno stratagemma che ho messo in atto è quello di impilare negli angoli in muratura del balcone grandi vasi (40/50 cm) anche da coltivazione e posizionare all’ultimo piano la pianta più significativa ancorandola bene per evitare che colpi di vento la gettino giù in testa a qualcuno. I vasi sono quasi a contatto tra di loro e l’acqua passa da quello in alto verso il più basso che è l’unico ad avere il sottovaso.
Notate una bottiglia da cui partono dei tubicini che alimentano i famosi conetti di ceramica. Sfruttando la classica conformazione dei vasi ho fatto in modo con dei sostegni di tenere sollevati i vasi lasciando passare aria ed un po’ di luce tra di essi alla base. In quello spazio ridottissimo ci ho infilato alcune piante che col loro fogliame schermano gli stessi vasi evitando il loro surriscaldamento dai raggi del sole e nel contempo creando un microclima meno secco dovendo irrigare anche quegli spazi. Questa trovata dei vasi impilati uno sull’altro potrebbe anche essere un’alternativa domestica alla tecnica della coltivazione in campo. Come sapete questa si fa per dare spinta ad una pianta che si vuol far sviluppare più in fretta e più robustamente. Il vantaggio in questo caso è che le radici non vanno oltre il limite del vaso in cui sono contenute, quindi la pianta è già zollata. Le radici si spingeranno nel vaso sottostante se si è avuta l’accortezza di aver fatto dei grossi fori di drenaggio nel primo vaso. Le radici passeranno facilmente da un vaso all’altro. È utile, quando non indispensabile, effettuare la defogliazione ad esempio a fine giugno/primi di luglio su piante con foglie tenere che non resisterebbero per tanto tempo al solleone di luglio e agosto. Questa operazione rallenta la crescita delle piante, è vero, ma almeno le salva dalla eccessiva esposizione, disidratazione o peggio il disseccamento. È come metterle a riposo e la ripresa è garantita ed abbastanza veloce data la stagione vegetativa. Il vero nostro nemico numero uno però è il vento; col sole o senza non fa tanta differenza. In questa prima parte dell’anno, finché c’è stato il blocco per la pandemia, abbiamo avuto febbraio e marzo mai così belli, calmi e ‘primaverili’. Una voglia di andare in giro a godersi il sole e una primavera anticipata! Le cose hanno cominciato a cambiare quando è scattato l’allarme siccità! A forza di reclamare alla fine sono arrivate miracolosamente le piogge, a volte anche troppo! Non mi ricordo chi disse:’Non chiamate mai la pioggia!’ che non si sa quanto dura e per quanto tempo! Infatti, sono arrivate piogge violente e a volte torrenziali che in parte bagnano di traverso le piante più esposte sul balcone. Un piccolo stratagemma per raccogliere acqua piovana l’ho attivato infilando degli imbuti in punta a dei tubi inseriti nei vasi sottostanti. Mimetizzati tra le piante non si notano e raccolgono efficacemente la preziosa acqua della pioggia. Provate anche voi! Solo verso la metà/fine aprile c’era l’allarme da parte degli agricoltori per il Po quasi in secca. Sono bastati due giorni di pioggia e già si parlava di piena! Ma allora facciamo chiarezza, qual è il maltempo? Quello che col bel sole e col vento troppo prolungato ci porta la siccità e la carestia oppure il tempo piovoso che bagna la terra, irriga i campi, fa prosperare le piantagioni ma quando è troppa fa danni a non finire? Le cronache dei giornali ci parlano di bombe d’acqua, tornado, allagamenti, frane, disastri che da tempo non sono più novità. In queste settimane sul giornale si leggeva che solo nell’ultimo ventennio almeno 5/6 volte si sono ripetuti eventi simili a quelli odierni. Noi tendiamo a dimenticare, gli studiosi invece dati alla mano hanno preso nota a tempo debito. Quasi tutto il mese di maggio e buona parte di giugno 2020 la pioggia è stata molto abbondante e nei giorni in cui aggiungevo queste righe aveva persino nevicato fino a bassa quota. Anche questo nulla di eccezionale. Il 14 giugno scrivevo così: “il cielo è sereno e le montagne sono ben incappucciate di neve e la temperatura solo oggi riuscirà a tornare ai livelli normali per questo mese”. Luglio non si è discostato troppo, agosto così così. Temo che con tutta questa umidità nel terreno e la forte irradiazione solare ci dovremo aspettare anche qualche forte tempesta e relative grandinate. È arrivato anche luglio senza solleone, scrosci, sole, temporalini di tutto un po’! Dopo e durante queste piogge il vento è sempre stato ben presente e fastidioso. Mai sentita un’aria così pulita da anni! Una vera beffa per noi tutti presi come siamo dall’emergenza Covid-19. Non è stato sufficiente bagnare e concimare a volontà, le piante andavano in sofferenza. Foglie strappate, terreni apparentemente bagnati ma invece asciuttissimi ecc… soprattutto per i vasi più piccoli o i più esposti. Si rischia sempre ad essere piccolo o più o meno esposto come la dura legge della natura ci insegna ogni giorno. Non è più valida da tempo la battuta arciritrita:’Non ci sono più le mezze stagioni!’. Lo sentivamo dire da qualche decennio come battuta scherzosa ma che invece è diventata una dura realtà, purtroppo una vera tragedia. Ora siamo addirittura peggiorati! Non ci sono più ‘LE’ stagioni e dovremo ridefinire queste che stiamo vivendo ma come le chiameremo? Boh? Ultimamente abbiamo avuto degli autunni prolungati che ci hanno fatto saltare il freddo inverno passando direttamente alla primavera e sconvolgendo tutti i nostri piani se solo avessimo voluto seguire i manuali. Anche le piante ne hanno risentito svegliandosi anzi tempo con fioriture precoci e gemme aperte a gogò. L’anno scorso avevo scritto dello scippo ai danni di San Giuseppe che in occasione della sua festa non avrebbe avuto il ‘suo’ gelsomino fiorito dato che aveva anticipato di tre mesi!!! Da qualche anno per i balconi diventa più difficile ancora. In fatto di meteo forse non abbiamo ancora l’abitudine di informarci su quanto accade molto più lontano da noi molto più in là del nostro naso. Non basta dare un’occhiata veloce a cosa succede Oltralpe dato che siamo in presenza di un cambiamento climatico veramente enigmatico e per questo imprevedibile. I climatologi ci possono sicuramente dire cosa è avvenuto nel recente passato cioè da quando si è cominciato a raccogliere dati sul clima spesso solo locali. Ma secondo me quella è una base su cui è difficilissimo per loro prevedere l’andamento futuro del clima. L’unica cosa certa e incontrovertibile è la costante irradiazione solare associata alla rotazione terrestre. Questi due fenomeni combinati sono determinanti e fanno la differenza. Sappiamo perfettamente quando farà più caldo e quando meno per via appunto della rotazione terrestre. Almeno questo è un dato sicuro. Di tutto il resto, lo sconvolgimento delle compiante stagioni è forse colpa dell’uomo? Sembrerebbe di sì ma sembra anche la sentenza più facile e veloce, le variabili sono troppe e forse neanche tutte conosciute. I rimedi invece sono molto fantasiosi e sempre solo ‘parlati’. In merito abbiamo ancora tanto da capire e in particolar modo si sospetta fortemente sull’influenza che hanno sul clima mondiale le correnti marine, quella del Golfo del Messico e quella più lontana del famoso Niño nell’oceano Pacifico. Più vicino a noi l’anticiclone delle Azzorre che domina il clima del nostro Paese in modo più evidente.
FINE SECONDA PARTE (25 agosto 2020)


