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Tecnica

Tecniche avanzate su un Ginepro sabina
Lo spostamento dei rami: metodo Miyao
La talea, questo miracolo
Come preparare un bonsai per l'esposizione
Vasi e tipologia abbinamento vaso-pianta
Erbario di compagnia
Esperienze di una margotta
Tecniche avanzate su un Ginepro sabina
di Valerio Gianotti

Nel gennaio 2001, Graig Coussins, mi contattò per chiedermi se poteva venire a trovarmi ed avere del materiale da pubblicare suI suo nuovo libro che intendeva scrivere e pubblicare anche in America. La sua intenzione era quella di descrivere tecniche avanzate di lavorazione, e mi propose di mostrargli non solo piante della mia collezione, ma soprattutto quelle impegnative tecniche di lavorazione che utilizzo per impostare pini e ginepri.

Il primo problema che mi si presentò era di scegliere quale essenza sarebbe stata la più adatta, dovendo lavorare in giardino nei giorni del 29 e 30 gennaio con circa -20 gradi di temperatura. Io abito nel nord Italia, vicino a Torino. La scelta cadde su un grosso ginepro sabina, con due anni di attecchimento. La parte vegetativa era formata da un solo ramo di diametro di 6 cm alla base e lungo 150 cm.

Era mia intenzione piegarlo in tre punti, per circa 180°, cosi da creare solo con esso, tutta la cupola aerea del futuro bonsai. Come prima operazione fessurai per quasi tutta la sua lunghezza il ramo che dovevo piegare, onde favorire la sua piegatura.

La successiva fase fu quella di fasciare la corteccia con una striscia di gomma per proteggerla anche perché, in caso di rottura del ramo, la gomma comprimendo la corteccia, favorisce la cicatrizzazione in poco tempo. Come armatura fissai sul ramo tre fili di rame cotto da 3 mm. per tutta la sua lunghezza. Questo per diminuire il rischio di rottura durante la piegatura. Poi con la stessa gomma, feci un’altra fasciatura sopra i fili. Infine applicai a spirale il filo di rame cotto da 5 mm. suI ramo protetto.

Aiutandomi con un attrezzo di mia realizzazione, piegai il ramo nel primo punto di circa 160°. Avvenne la prima rottura del ramo fasciato, successivamente ci furono altre due rotture nei due punti che stavo piegando.

Dopo circa 4 mesi il ramo che aveva subito 3 rotture, non solamente dava segni di ottima vegetazione, ma cominciava a fiorire e fruttificare.

Questo mi permise di fare una riflessione sulla diversità di comportamento tre il ginepro e il pino. Nel ginepro la parte aerea è quella a più robusta, che ti permette di piegare, rompere, fessurare e tagliare un ramo, perché ricaccerà sempre da qualsiasi ramo o dal tronco, mentre la parte radicale è delicatissima e non sopporta che venga accorciata nessuna radichetta.

Nel pino, al contrario, un’eventuale potatura per accorciare le radici, attiva quelle più a monte rimaste verso il piede, mentre la delicata parte aerea non ricaccerà se subisce un eventuale rottura

Dopo circa un anno dalla prima lavorazione, a fine agosto, l’ho rinvasato utilizzando la stessa pomice Sabina4.jpg (153665 byte)in cui era vissuto nel tempo delI’attecchimento (io utilizzo solo pomice lavata quando metto in contenitore di coltivazione le piante raccolte ).

Il ginepro aveva prodotto una considerevole quantità di nuove radici.

Al momento di collocarlo in vaso, sono riuscito a contenere tutte le radici nel vaso bonsai senza tagliarne nessuna.
La pianta, che sto ancora educando, gode di ottima salute.

Lo spostamento dei rami: metodo Miyao
di Mauro Coppa

La Scuola d’Arte Bonsai ha scelto come docente per il corso di aggiornamento degli istruttori organizzato per l’anno 2006 Harumi Miyao.

image002Bonsaisticamente parlando, il Maestro Miyao nasce come autodidatta, e si specializza sugli aceri (Acer palmatum e Acer buergerianum) al punto da essere riconosciuto come il più esperto in Giappone su questo gruppo di specie e di veder il proprio nome attribuito ad alcune tecniche di coltivazione di sua invenzione.

Alcuni suoi articoli riguardanti la potatura e la pulizia delle cicatrici sono stati pubblicati sul n°48 della rivista “Bonsaitalia Arte e Natura”; in questa sede si vogliono riportare le altre tecniche illustrate dal Maestro durante il corso di aggiornamento, cercando di adattarle alla realtà climatica del nord Italia, iniziando con la più complessa, lo spostamento dei rami per innesto. Nei prossimi numeri si illustreranno la tecnica dell’innesto delle radici e le tecniche di potatura e pizzicatura per creare ramificazioni fini e ridurre le dimensioni delle foglie.

La tecnica dell’innesto dei rami secondo il metodo del Maestro serve per spostare un ramo di una pianta da un punto ad un altro della stessa. L’insieme delle operazioni richiede circa tre anni.

I ANNO

Primavera, prima dell’apertura delle gemme.

Scelto il ramo da spostare, su di esso è necessario innestare per approssimazione una piantina da seme di un anno della stessa specie, coltivata in un vasetto indipendente. Sul ramo maturo scelto si pratica un’incisione circa perpendicolare all’asse dello stesso con una sega, tanto profonda da contenere interamente il fusticino della piantina da seme.

Siccome il tagliente della sega tende a sfilacciare le fibre, è indispensabile rifilare il taglio con un coltello molto ben affilato. Il Maestro utilizza una specie di coltello da calzolaio taglientissimo!

Si colloca la piantina da seme nella sede appositamente preparata sul ramo, si applica l’alluminio adesivo (nastro di alluminio adesivo dello spessore di 0,005 mm, impiegato in idraulica, reperibile in ferramenta) che facilita la formazione del callo (vedi articolo sul n°48 della rivista sopra citata), infine si lega la piantina al ramo con della rafia o del nastro.

La piantina da seme non deve essere scortecciata, nemmeno nel tratto dell’innesto, a meno che non si tratti di una piantina vecchia (due anni o più). L’ideale è impiegare sempre piantine di un anno!

L’attecchimento dell’innesto avviene in 3-5 mesi.

image004Durante la stagione vegetativa è importante non concimare la piantina giovane e frenarne il vigore, altrimenti ingrosserebbe troppo e il callo uscirebbe fuori dal profilo del ramo.

È fondamentale controllare sempre che il vasetto della piantina sia ben bagnato: siccome è in mezzo alla chioma del bonsai di cui si vuol spostare il ramo, è facile che l’acqua di irrigazione data a questa non sia sufficiente alla vita della piantina, o addirittura non giunga nemmeno al vaso. Il Maestro Miyao utilizza un espediente: taglia un pezzo di tubo in gomma da irrigazione di una lunghezza tale da raggiungere il vasetto e sporgere ancora per un tratto di circa 20 cm all’esterno del profilo della chioma; all’estremità opposta al vasetto applica un imbuto. In tal modo si riesce a convogliare un quantitativo di acqua verso il terriccio della piantina sufficiente per consentirne il corretto sviluppo.

II ANNO

In primavera, a fogliazione avvenuta,  si controlla l’innesto: se questo è apparentemente riuscito bene, si incide il ramo da spostare circa due cm prima dell’innesto, verso il tronco della pianta madre; il taglio deve arrestarsi a due terzi della sezione del ramo.

image006Se, a distanza di una decina di giorni circa, il ramo non manifesta segni di appassimento o indebolimento, significa che l’innesto è riuscito e si  può completare il taglio, staccando definitivamente il ramo, che verrà alimentato dalla giovane piantina.

image008

Se, invece, il ramo risulta indebolito o appassisce leggermente, è necessario attendere ancora prima di separarlo dalla pianta madre.

Staccato il ramo da spostare, alimentato dalla piantina da seme, è necessario sostituire il vasetto di quest’ultima con uno un po’ più grande, più adatto ad supportare la nuova chioma maggiormente voluminosa.

Si taglia inoltre tutto il fogliame della giovane piantina, lasciando solo una gemma a monte dell’innesto.

Si sceglie poi il punto dove si vuole reinnestare il ramo; lì si pratica con un trapano un foro della profondità di circa 1 cm e dell’inclinazione corretta per una caducifoglia. Il foro deve essere leggermente più grande del diametro del ramo da innestare, in modo che questo abbia un po’ di gioco all’interno. Le punte utilizzate dal maestro non sono comuni punte da legno, ma sono succhielli.

Il taglio va rifinito con un coltello ben affilato.

Si inserisce il moncone di ramo vecchio che si trova a monte dell’innesto con la piantina giovane per l’intera profondità del foro: essendo il moncone lungo circa 2 cm e il foro profondo la metà, resta 1 cm circa tra il tronco della pianta madre e l’innesto della piantina sul ramo.

image010Attorno al foro si applica del mastice, per evitare che il foro si disidrati.

N.B. Fare molta attenzione che il mastice non penetri nel foro tra il tronco ed il ramo, altrimenti viene irrimediabilmente compromesso l’attecchimento dell’innesto!

Non è necessario scortecciare il moncone del ramo da innestare prima di inserirlo nel foro, a meno che non si tratti di un ramo molto vecchio; in tal caso si gratta superficialmente, per portare a nudo il cambio, solamente il tratto più prossimo alla corteccia del tronco.

Infine sopra il mastice si applica il nastro di alluminio adesivo.

È importante ancorare bene il vasetto agli altri rami, in modo da renderlo il più saldo e stabile possibile e controllare che sia sempre ben bagnato.

III ANNO

A primavera, dopo l’apertura delle gemme, si controlla che l’innesto sia riuscito e, ciò fatto, si scorteccia un quarto della circonferenza della piantina giovane, tra l’innesto sul ramo spostato ed il vasetto, per una lunghezza di 5 cm circa. Si attende per una decina di giorni: se non si osservano segni di indebolimento del ramo, si allarga la scortecciatura di un altro quarto di circonferenza.

Se il ramo accenna ad appassire, si aspetta ancora.

image012Dopo la seconda scortecciatura si aspettano altri dieci giorni e, se non ci sono problemi, si procede scortecciando fino al terzo quarto. 10 giorni di attesa e si completa la scortecciatura. Si attendono ulteriori 10 giorni e si elimina intermante il fusticino della piantina giovane innestata due anni prima.

È importante che l’intervento di scortecciatura sia graduale per lasciare il tempo al ramo di trasferire un po’ per volta il flusso linfatico che alimenta il ramo spostato, dalla piantina al tronco della pianta madre.

N.B. Questa tecnica è studiata per spostare rami esclusivamente della stessa pianta! Trasferire un ramo da una pianta ad un’altra è sbagliato: infatti le foglie di due piante della stessa specie saranno sempre sensibilmente diverse per forma, colore, dimensioni, ecc..

image014Il sistema può tuttavia essere impiegato per sostituire tutti i rami di una pianta con quelli di una varietà più pregiata.

N.B.2 In Giappone, essendo la stagione vegetativa più lunga di circa due mesi, gli interventi descritti sono effettuati in due anni anziché tre.

N.M.B. Il ricorso alla tecnica illustrata è giustificato esclusivamente con piante che abbiano molti anni di mochicomi, sulle quali un ramo giovane cresciuto a posteriori o innestato per approssimazione richiederebbe più che altrettanti anni di lavoro per armonizzarsi con la vecchiaia già espressa dalla pianta!

La talea, questo miracolo
di Mariano Sessa

Mi sono sempre piacevolmente meravigliato di come a volte la Natura riesca, nonostante gli interventi cruenti di alcuni manipolatori genetici, a riprendere il proprio corso se aiutata.

Di questi scienziati manipolatori (o forse meglio dire apprendisti stregoni?) si parla tanto ultimamente in altri àmbiti ma il mio discorso invece è riferito a quello nostro più ambìto (occhio all’accento!), quello dei bonsai.

Il mio primo capoverso può spaventare, sconcertare ma, state tranquilli, niente che noi non abbiamo già visto e vissuto e che conosciamo molto bene poiché i nostri interventi ‘cruenti’ sono nient’altro che le potature, le rimodellature, le cure e tutti quegli interventi che comportano necessariamente il taglio di alcune porzioni delle nostre piante.

Ho sempre raccontato del mio patimento nel vedere tagliare rami, nel farlo io stesso e nel medesimo tempo della successiva febbre da talea, la definirei così.

Mi spiego anche se molti hanno già capito perfettamente a cosa mi riferisco.

Sarà capitato a molti se non proprio a tutti di voler provare a far attecchire uno o più rametti appena tagliati e staccati dalla pianta madre e così facendo, tra un successo ed un fallimento, si imparano i segreti e i trucchi per aiutare la Natura a riprendere il proprio corso.

Queste esperienze aggiungono tante nozioni tecniche al nostro sapere poiché scopriamo tante cose come ad esempio quella che non tutte le essenze si possono moltiplicare così.

Da questo fine originario, la moltiplicazione della specie appunto, è nata la tecnica della talea che è diversa a secondo del materiale utilizzato e si può dire quindi che da una talea legnosa, semilegnosa, radicale, fogliare si vorrebbe … ottenere una nuova piantina.

Sono facilmente reperibili le istruzioni per cimentarsi tra queste tecniche, personalmente mi trovo più portato per quella legnosa ed in effetti quasi la totalità delle mie beniamine derivano da talee legnose e alcune proprio curate da me (incredibile!).

Altra cosa da sapere è che tale tecnica non si applica a tutte le essenze; per le conifere, ad esempio, mi era stato detto e spergiurato del sicuro fallimento dei tentativi esperiti ma io ci ho voluto provare lo stesso e a parte il discorso dei ginepri in effetti sui pini e abeti ecc…, per quanto bello, sano e robusto fosse stato il materiale di partenza (il ramo), l’insuccesso era largamente previsto.

Anche il periodo stagionale influisce sulla riuscita dell’esperimento anche se, disponendo di una serra adeguatamente riscaldata, si può fare più o meno tutto l’anno ( v. manuali vari).

Sappiamo che questo è il modo per guadagnare tempo solitamente un anno o due rispetto alla coltivazione con partenza da seme ma con il vantaggio notevole di non avere il fittone perché le radici si propagano a raggiera proprio come serve a noi!

La porzione di pianta che si vuole far attecchire, la talea appunto, è staccata completamente, è senza radici e quindi mantenerla in vita e riuscire a farla rivivere e prosperare, questo sì che è un miracolo!

L’altra tecnica di moltiplicazione, la margotta, è diversa e sicuramente molto più gratificante per i risultati che si ottengono, piante già grandi, adulte e vecchie ma solo in apparenza.

Con questo sistema la porzione di ramo margottato viene separato dalla pianta madre solo a radicamento avvenuto e fino a quel momento continua a ricevere la linfa vitale.

Per questo motivo ritengo che la margotta sia un miracolo minore rispetto a quello della talea che, invece, partendo da una massima situazione di stress per quella parte vegetale definitivamente staccata dalla pianta di origine fatica non poco per riattivare il suo ciclo vitale rimettendo radici e poi foglie nuove e poi ancora altri nuovi rami.

La maggioranza degli esemplari in commercio sono ‘creati’ con la tecnica della margotta perché questo tipo di intervento è più premiante e produttivo, insomma, paga l’occhio ma il cuore poi duole sotto il portafoglio.

Che questi esemplari sono margotte lo si scopre magari in una successiva fase di rinvaso.

Ma a chi come noi non ha obiettivi prettamente economici rimane fortunatamente la possibilità di provarci e magari anche di riuscirci con grande soddisfazione sia con la talea che con la margotta; io ci ho provato e credetemi sono state e sono ancora proprio delle belle esperienze!

Come preparare un bonsai per l'esposizione
di Paolo Giai

Prima di affrontare questo importante argomento , è bene sapere cosa non vuol dire preparare un bonsai per l’esposizione , e cioè prendere in giardino la prima pianta che ci capita in mano e dargli una “imbellettata” con un po’ di lucidante fogliare e “ungere” il vaso.

Poi bisogna capire cosa si intende per esposizione . Oggi la maggior parte dei bonsaisti mira a partecipare a mostre a premi , mostre che condizionano parecchio la preparazione dell’albero e del bonsaista e che danno a mio avviso una immagine sbagliata del concetto di preparazione per l’esposizione . Quindi vediamo in mostre anche molto importanti alberi appena impostati , “giovani” , con abbinamenti ai vasi e tavolini che lasciano perplessi per non parlare dell’allestimento generale . Anche in Giappone negli ultimi anni , in mostre molto prestigiose come la Kokufu , Taikan , ecc… si vedono alberi che non avrebbero le condizioni ideali per essere esposti , ma come mi ha spiegato il maestro Kobayashi con grande dispiacere , queste mostre ormai non appartengono più alla sfera delle mostre cosiddette tradizionali , ma sono legate ad un aspetto più commerciale dove i clienti dei maestri pretendono che le piante vengano preparate per una mostra nel giro di un anno con i risultati e gli insegnamenti che ne conseguono a chi va a visitare queste esposizioni. Nella preparazione di un Bonsai per una esposizione tradizionale invece , il percorso è molto più lungo , e il giorno dell’esposizione è lungo un metro rispetto ai chilometri percorsi per arrivare a quell’obbiettivo. Il bonsaista deve essere molto severo e critico verso di se e verso il suo Bonsai e non concedersi sbavature a prescindere dall’importanza della mostra , perché il giorno dell’esposizione l’albero sarà sincero e sarà testimone del lavoro svolto dal suo coltivatore.

Perché quel giorno l’albero possa essere nel massimo del suo splendore si cominciano i preparativi non con giorni o mesi , bensì con anni di anticipo. L’assenza di filo sulla ramificazione e di vistose cicatrici , uno stato generale di salute della vegetazione eccellente , eventuali parti morte naturali e coerenti con la specie , l’abbinamento con il vaso frutto di una lunga ricerca estetica e qualitativa .

Quando il Bonsai viene esposto si troverà nelle migliori condizioni di forma e di salute che mai abbia avuto nel corso della sua storia di decine o anche di centinaia di anni. Il Bonsai è un essere vivente e , come tale non può essere sempre e costantemente in condizioni ottimali , cambia giorno dopo giorno e per ritornare poi alle condizioni ottimali richiederà nuovamente tempo e interventi . Tagliare i rami troppo cresciuti , correggere la ramificazione fine , selezionare le nuove crescite dopo la potatura , ecc… In Giappone i capolavori al massimo del loro splendore, per un breve lasso di tempo vengono presentati alle mostre , poi ritornano in giardino per riprendersi dagli stress subiti e solo dopo molti anni verranno ripresentati , tanto è vero che se vedete la foto di un capolavoro esposto e poi lo vedete in giardino dopo un paio di anni , rispetto alla foto è quasi irriconoscibile tanto la vegetazione è disordinata , gli aghi sono lunghi il triplo , ecc… tutto questo per permettere all’albero di riposarsi in attesa di ricominciare un nuovo ciclo di coltivazioni che lo riporteranno all’apice del suo splendore , ecco perché rimango perplesso quando in mostre nazionali vedo sempre proposti gli stessi alberi per più anni e che per mantenerli nella loro forma inalterata vengono sottoposti a super stress che compromette irrimediabilmente il loro stato di salute generale.

Quindi come avrete capito raggiungere l’obiettivo di avere un Bonsai pronto per la sua esposizione è un lavoro lungo e paziente e del suo culmine potremo goderne per pochi attimi , proprio come insegna la cultura giapponese . Tutto questo lavoro però ci avrà permesso di stabilire un rapporto intimo con il nostro Bonsai e di conoscere i suoi lati più nascosti e affascinanti , la formazione del nebari , l’aspetto della corteccia , la ramificazione , il fogliame , la ricerca del muschio più adatto da abbinare , vaso possibilmente non di scarsa qualità ma fatto da un valente artigiano , un vaso vecchio con la tanto ricercata patina , magari usato in altre coltivazioni allo scopo di renderlo più vecchio ed abbinarlo poi al nostro albero preferito al momento giusto , il vaso dovrà essere la degna cornice per l’albero che ne verrà ospitato , e quindi anch’esso dovrà essere preparato , al momento dell’esposizione, non dovrà essere “unto” ma semplicemente ripulito con molta delicatezza da eventuali impurità che si saranno formate durante la sua coltivazione . Altre cose che non dovranno assolutamente essere trascurate saranno il giusto tavolino per il nostro Bonsai , la giusta erba di compagnia anch’essa all’apice della sua bellezza , ed eventuali accessori come kakejiku , kakemono , eventuali bronzi o ceramiche che avremo cercato durante il periodo di preparazione del nostro Bonsai , periodo in cui avremo immaginato infinite volte la nostra esposizione tradizionale perfetta….

Vasi e tipologia abbinamento vaso-pianta
di Paolo Giai

Come tutti ormai sanno, la parola Bonsai è composta da due parole, albero e vaso, quasi ad indicare che non esiste il bonsai se non c’è il suo contenitore e cioè il vaso,una delle importanti componenti artistiche che  portano il bonsai al livello di una vera e propria forma d’arte. In giapponese l’armonia tra pianta e vaso si chiama “hachi – utsuri”, regole e principi non portano necessariamente ad una buona scelta, ma possono essere d’aiuto come punto di partenza per una valutazione più ampia e complessa.  In questi ultimi anni, anche in Italia il vaso si è spogliato della sua semplice veste di contenitore abbinato in modo più o meno appropriato, e finalmente riveste sempre più un ruolo fondamentale per il complesso estetico formato dal binomio albero-vaso, con la conseguente ricerca stilistica al fine di un abbinamento sempre più raffinato.

Un po’ di storia

Come per il bonsai, anche il vaso bonsai propriamente detto non è nato in Giappone, ma bensì in Cina, dove il bonsai inteso come albero in vaso è nato. Ritrovamenti archeologici, fanno risalire i primi manufatti alla dinastia Shang (1766-1122 a.C), ma le migliori produzioni soprattutto a livello qualitativo, risalgono alla dinastia Ming, periodo di massima fioritura delle arti in Cina. Tali produzioni rimangono tuttora insuperate, tanto che perfino i maestri bonsaisti giapponesi spendono vere fortune per avere quei vasi antichi (kowatari, circa 1700 d.C anno di arrivo in Giappone). Le fornaci famose della Cina erano situate a Canton, Shangai, Nanchino e Yixing, quest’ultima famosa ancora oggi per la produzione di vasi per bonsai.

Per quello che riguarda invece il panorama giapponese, bisogna aspettare l’epoca Heian ( 794-1185) e Kamakura ( 1185-1333 d.C), dove le fornaci storiche di Seto, Tokoname, Bizen, Shigaraki, Echizen e Tamba, diedero vita a un’intensa produzione sviluppatasi nell’alveo di una tradizione sino-coreana. Oggi le fornaci giapponesi famose per la produzione di vasi per bonsai sono Tokoname e Seto, ma senza dubbio la prima fa la parte del leone, le altre fornaci sono perlopiù dedite alla produzione di ceramiche per il tè o per il sakè e porcellaneria varia. Quando si parla di fornace, per quello che riguarda l’artigianato giapponese, si intende una località dove si concentrano molte botteghe di maestri vasai con i loro forni privati con piccole produzioni limitate, tant’è che a volte per avere un vaso particolare dal catalogo del consorzio dei vasai di Tokoname bisogna attendere mesi. Ciò che distingue la fornace di Seto invece, sono sicuramente gli smalti delle superfici dei vasi, questo anche perché molti vasai producono sia vasi per bonsai che ceramiche da tè, dove il gusto estetico raffinato da generazioni di maestri ceramisti, ha raggiunto una qualità artistica elevatissima, con una combinazione praticamente infinita di sfumature di colori, questo per avvicinarsi il più possibile alle tonalità e sfumature suggerite dalla natura.

 

La qualità

Come in Cina, anche in Giappone esistono produzioni industriali e artigianali, i vasi industriali provenienti dal Giappone, vengono definiti Hotoku e Yokkaichi, e generalmente non recano sigilli o timbri oppure solamente il marchio della fabbrica, sono economici ma di scarsa qualità, quindi poco porosi e di conseguenza poco resistenti agli sbalzi termici e inadatti a una coltivazione di qualità, con il passare del tempo anziché  diventare più belli e acquisire la patina di antico, questi vasi diventano più brutti e antiestetici. Per quello che riguarda le produzioni di Tokoname, purtroppo nel panorama bonsaistico italiano ma non solo, c’è parecchia confusione e incertezza, bisogna subito chiarire una cosa : non è assolutamente detto che un vaso proveniente da Tokoname sia un vaso pregiato, questo perché anche in questa località esistono produzioni industriali definite nel catalogo come “linea economica “, e costano come da noi  i vasi di terracotta che si trovano nel centro commerciale, e troppo spesso spacciati  agli ignari acquirenti che si recano nei centri bonsai, come artigianali. Quindi prestare sempre molta attenzione, e quando si acquista un vaso di Tokoname richiedere sempre al venditore che fornisca con il vaso una copia cartacea con traduzione del sigillo o firma dell’ autore del vaso, avendo così la certezza e la garanzia di possedere un vaso veramente fatto a mano in modo artigianale. Con il passare del tempo poi il bonsaista si fa “l’occhio” e riconoscerà immediatamente il vaso artigianale da quello difettato o industriale, il vaso di prima qualità non presenta grossolane imperfezioni se non volute dall’artista, il “vasaccio” avrà invece una serie di difetti come molature ai piedini per ristabilire il piano, ritocchi evidenti sulla superficie e sui piedini, soprattutto all’attaccatura, distribuzione dello smalto troppo uniforme e senza sfumature, superfici non curate in generale coerentemente con la tipologia del vaso.

Oggi il costo di un buon vaso di produzione contemporanea e di medie dimensioni si può aggirare sui 250€, anche se poi le dimensioni non giustificano affatto il prezzo, si possono trovare infatti vasi per shoin a 400€ e più e viceversa. Molti fattori vanno ad influenzare l’abbinamento del prezzo : la cura delle superfici, se è fatto con lo stampo o al tornio, il materiale, le decorazioni, la fama del maestro e, cosa più devastante, il lucro del rivenditore.

Sarebbe auspicabile che nei cataloghi delle mostre future, oltre che alla dicitura “vaso di : Tokoname “, venisse anche citato il maestro artefice della creazione, anche per cercare di creare una cultura del vaso oltre che dell’albero.

 

Forme

Le forme dei vasi sono tantissime e con molte varianti, questo per facilitare (si fa per dire), l’abbinamento anche con le piante più particolari. La maggior parte di queste forme, è la fedele riproduzione dei vasi cinesi antichi anche se, il vaso giapponese con il passare del tempo si è abbassato rispetto al “cugino cinese”, questo dovuto soprattutto non tanto ai fini di una più corretta coltivazione, ma per fattori estetici che analizzeremo più avanti. Le principali forme conosciute sono : quadrato alto e basso, a più facce alto e basso, rotondo alto e basso, rettangolare, ovale, con tutte le loro varianti, (svasate, bombate, con o senza bordo, ecc..), e decorazioni, (borchie, scritture, rilievi, cornici, ecc..), quindi le forme sono tante e tali  da poter fornire, come già detto sopra, un abbinamento giusto anche con piante difficili. Una utile parentesi è da aprire sull’argomento “piedini” dei vasi, questi oltre che ad una funzione estetica, con le loro forme caratteristiche che riprendono la forma del vaso, e quindi abbinati ad esso in modo appropriato, (lineari, a nuvola, con volti di demoni, ecc..), sono indispensabili ai fini della coltivazione, perché mantengono il vaso sollevato permettendo un ottimo drenaggio e aerazione. Per i vasi senza piedini ( nanban – bunjin), viene creata sulla base del vaso, una superficie bombata con la bombatura rivolta verso i fori di drenaggio, e per permettere una sufficiente aerazione vengono praticate delle discrete scanalature sempre in corrispondenza dei fori di drenaggio.

Estetica : abbinamento vaso-pianta

Come per l’albero, anche per il vaso esistono delle regole estetiche tutte da valutare e interpretare per l’abbinamento vaso-pianta. Le regole generali sono le seguenti:

  • Nel caso di alberi  alti, (esclusi bunjin e cascate), il vaso sarà largo i 2/3 dell’altezza dell’albero, nel caso di alberi bassi e tozzi , i 2/3 dell’ampiezza della chioma.
  • L’altezza del vaso deve essere circa corrispondente al diametro del tronco alla base.
  • Per le caducifoglie in generale, i vasi vanno smaltati, per le aghifoglie vanno in grès non smaltato delle varie tonalità.
  • Come in tutte le forme d’arte, le regole sono utili all’apprendimento,  ma dopo che il bonsaista ha raffinato il suo senso estetico con il costante allenamento, queste regole, su alberi veramente pregiati, vengono solitamente infrante e se questo non accadesse sarebbe la morte del lato artistico di questo magnifico abbinamento. Le regole che invece non è consentito infrangere sono le seguenti:
    • Il vaso non deve assolutamente prevaricare sull’albero, ben che preziosissimo deve essere una presenza discreta  che fa risaltare il suo contenuto
    • Non deve essere volgare e recare disturbo all’osservatore (meglio tonalità tenui che sgargianti) .
    • Che sia soprattutto coerente con lo stile nel rispetto dell’albero stesso.

 

Vediamo ora i principali abbinamenti vaso-pianta a titolo indicativo :

  • Albero grosso = vaso alto.
  • Albero robusto = vaso con gli angoli.
  • Albero originale = vaso originale , anche creativo.
  • Caducifoglie = vaso con angoli arrotondati o ovale .
  • Chokkan = vaso con angoli o ovale .
  • Bunjin = vaso rotondo .
  • Multitronchi e ishizuki = ovale o rettangolare .
  • Albero snello = Vaso basso .
  • Albero dalla linea dolce = vaso rotondo o ovale .
  • Albero in stile classico = vaso con forma stabile .
  • Moyogi =  vaso ovale o con angoli .
  • Kengai = vaso  quadrato , più lati  rotondo , molto alto .

 

Vediamo ora i termini con cui si distinguono le varie parti del vaso :

 

Vasi cinesi :

  • Koto = periodo .
  • Choodei = tonalità dei colori .
  • Sotoen = forma del bordo .
  • Kumoashi = forma del piede .
  • Chookei = Forma del vaso .

 

Vasi giapponesi :

  • Ichioo = nome dell’autore .
  • Ruriyu = tonalità dei colori .
  • Tanen = forma del bordo .
  • Kiriashi = Forma del piede .
  • Daen = forma del vaso .

Terminologia giapponese dei vasi antichi

Kowatari: il termine significa vecchia traversata. Sono stati portati in Giappone in epoca Edo (200/300 anni fa), e sono i primi per qualità. Particolarmente belli, recano normalmente il sigillo (rakkan)  della fornace o non recano sigilli. Molti vasi antichi che non recano sigilli, se di qualità altissima erano destinati alla famiglia imperiale ; esistono comunque vasi antichi senza sigilli di qualità normale. Con il termine kowatari si indica anche il metodo utilizzato ancora oggi per la loro produzione, sia in Cina che in Giappone, anche se non di qualità così alta come l’originale. Se colpiti con le nocche delle dita emettono un suono sordo e sono normalmente molto pesanti. Ne esistono smaltati e in grès, e hanno delle patine particolarmente lucenti.

Nakawatari: il termine significa media traversata. Sono vasi cinesi portati in Giappone in epoca Meiji circa 100 anni fa. Quindi sono vasi più recenti dei kowatari  ma il livello di qualità è praticamente uguale ed erano prodotti per lo più ad Yixing. Sono normalmente vasi in grès, di qualità eccezionale e sovente con le forme particolarmente semplici.

Shinwatari: il termine significa nuova traversata . Sono i vasi arrivati prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, chiamati anche “shinto”. La qualità non è più quella precedente, con la scomparsa della dinastia Ching, anche se rimangono vasi molto preziosi. Soprattutto la porosità è differente e non si riscontra più quella leggerezza tipica dei kowatari e il loro aspetto traslucido. Hanno patine particolarmente fini al tatto, effetto che indica una cura maniacale del biscotto prima della cottura.

Shinshinwatari: il termine significa nuovissima traversata. Con questo termine si indicano i vasi portati dalla Cina dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni ’60.

Conclusione

E per finire un consiglio prezioso: quando si lavora una nuova pianta,  cercate di procurarvi già mesi prima del rinvaso il vaso più adatto, onde evitare di ritrovarvi al momento del rinvaso senza il contenitore adatto e dover “cacciare” nel primo vaso a portata di mano la povera pianta, con conseguenze negative alla buona salute della stessa

Erbario di compagnia
di Mauro Coppa

I miei genitori mi hanno sempre ripetuto :”Studia, che prima o poi nella vita, ciò che studi ti servirà!!”. Ed è proprio vero!

Il programma del Corso di Laurea in Scienze Forestali e Ambientali, che sto frequentando, prevede al primo anno un esame di botanica. È una prova odiatissima dagli studenti, sia per il carattere “non facile” della professoressa, sia perché, per sostenere l’esame, è necessario allestire un erbario, la cui preparazione richiede molto tempo. Infatti i campioni da inserire vanno raccolti rigorosamente fioriti e, se erbacei, con l’apparato radicale intatto. Siccome le specie non fioriscono mai simultaneamente, bisogna recarsi sul luogo di raccolta molte volte e a scadenze regolari.

Io ho deciso di prelevare tutte le specie in un solo contesto fitosociologico, per rappresentare la complessità floristica di un dato ambiente. Ho scelto una faggeta sita a circa 950 m di altitudine. Le uscite primaverili in successione, a scadenza settimanale (con qualsiasi tempo), mi hanno permesso, non solo di cogliere appieno l’evoluzione stagionale di quell’ambiente, ma di scorgerlo in un momento diverso e insolito per me, che frequento quegli stessi luoghi solo in autunno alla ricerca di altri prodotti del bosco. Oltre a tutte queste magnifiche sensazioni ed ai campioni per il mio erbario, portavo a casa, in un sacchetto di nylon ben inumidito, degli esemplari di tutte le specie che classificavo, da piantare in un vasetto e “testare” come potenziali erbe di compagnia. I risultati sono stati incredibilmente sorprendenti.! Quasi tutte le specie erbacee che ho raccolto si sono adattate in maniera ottimale alla vita in vaso, con effetti estetici molto gradevoli. Cercherò in queste poche righe di descrivervi l’aspetto e le caratteristiche delle specie raccolte, iniziando dalle felci. Nell’ambiente preso in analisi ho individuato tre specie di pteridofite:

Erbe.h4Cheilanthes marantae (L.) Domin: appartiene alla famiglia delle Sinpoteridaceae,; di ridotte dimensioni (10/30 cm), presenta un rizoma legnoso orizzontale,la pagina superiore della foglia è priva di peli, mentre quella inferiore e il picciolo sono completamente ricoperti di peli rossastri; colonizza le rocce, specialmente se in radure assolate.
Erbe.h5Driopteris filix-mas L.: della famiglia delle Aspidiaceae, è di dimensioni decisamente maggiori della precedente (30/100 cm), è molto più igrofila e presenta un rizoma verticale voluminoso in quanto avvolto da squame brune lignificate; ha foglie con peduncolo breve, riccamente provvisto di squamette morbide e pubescenti ferruginee; tende a formare cespi folti.
Erbe.h6Polypodium vulgare L.: è la specie principale della famiglia delle Polypodiaceae; anch’esso di dimensioni ridotte (20/30 cm), presenta rizoma sottile, ramificato e di gusto dolciastro, foglia  glabra (priva di peli) e peduncolo sottile; è una felce da ombra, che si adatta bene a vivere anche in zone non troppo umide o in cavità dei tronchi
Erbe.h1Anemone nemorosa  L.: appartiene alla famiglia delle Ranunculaceae; di ridotte dimensioni (10/15 cm), presenta un rizoma orizzontale profondo di color giallo brunastro; le foglie hanno stelo eretto e lamina espansa tripartita, irregolarmente lobata; fiore unico di colore bianco, con possibili lievi strie rosate e antere gialle, portato su uno stelo che presenta a 3/5 dell’altezza un verticillo di tre foglie, spesso con tonalità verdi-violacee. Comune nei boschi di latifoglie e nelle faggete con substrato subacido e ben umificato
Erbe.h2Erythronium dens-canis L.: della famiglia delle Liliaceae, porta un bulbo fusiforme biancastro profondo; stelo di modeste dimensioni (10/15 cm), con fiore apicale unico, di colore rosato, pendulo: il bocciolo ha forma allungata, mentre durante l’apertura i petali si incurvano all’indietro, come i ciclamini; lo stelo reca una foglia (due opposte, se fiorifero) lanceolata verde chiaro, con macchie porporine; diffuso nei boschi di latifoglie con substrato lievemente acido; in alcune province è protetto.
Erbe.h3Maianthemum bifolium (L.) Schmidt: altra Liliacea di ridotte dimensioni (10/15 cm), ha rizoma orizzontale,bianco e sottile con fascetti di radici ai nodi; stelo eretto, portante una foglia (due alterne, se fiorifero) con picciolo pubescente e lamina sagittata a base cuoriforme e apice acuto, margine intero; l’infiorescenza, sull’apice dello stelo, porta una ventina di piccoli fiori bianchi profumati, in verticilli; la bacca subsferica grigio bruna, diviene scarlatta a maturazione; è diffuso in tutti i boschi con suolo acido, anche nelle zone ombreggiate.
Erbe.h7Luzula nivea (L.) Lam. et DC. : Appartiene alla famiglia delle Juncaceae ; l’aspetto è simile a quello delle graminaceae : foglie sottili e allungate, molto pelose; fiori bianchi e numerosi, radunati in fascetti, generalmente penduli; forma stoloni semisotterranei; specie indicatrice di suolo acido e comune nelle faggete.

Da questa esperienza ho imparato una lezione fondamentale: quando si cammina in mezzo alla Natura, non basta guardare solo dove si mettono i piedi, per non cadere, ma è importantissimo fermarci qualche istante ad osservare attentamente ciò che ci circonda, altrimenti si rischia di perdere le grandi meraviglie nascoste nei dettagli e nelle piccole cose.

Esperienze di una margotta
di Mario Sandri

La pianta interessata all’intervento è un Olmo campestre -varietà sugherosa- raccolto in Natura nel 1989.

La pianta presentava, al momento della raccolta, solamente un accenno di ramificazione primaria. Gli anni seguenti sono quindi serviti alla formazione dei rami secondari, terziari e quaternari. Mano a mano che la parte aerea si evolveva, metteva in evidenza un Nebari (partenza delle radici a livello del colletto) tutt’altro che interessante, e poi l’altezza del primo ramo rispetto al Nebari era eccessiva.

Dalle esperienze dei viaggi in Giappone alla ricerca delle tecniche utilizzate dai Maestri giapponesi, si nota come la stragrande maggioranza dei Bonsai di caducifoglie abbia subito una margottatura a livello basale per ottenere quei meravigliosi Nebari con tante radici disposte a raggiera sul tronco, cosa che difficilmente si ha in piante raccolte in natura. All’inizio di giugno del 1996 la pianta è pronta per essere margottata.

Come si può notare la pianta presenta due grosse radici opposte.

Da un vaso di coltivazione in plastica nera venne ricavato il contenitore per la margotta..

Con un coltello si tagliò in modo netto la corteccia nella posizione voluta e la si asportò fino al livello del legno, dopo di che si inumidì e si applicò con un pennello dell’ormone radicante a contatto del taglio superiore.

Si applicò il contenitore precedentemente preparato attorno al tronco, si riempì di pomice in granulometria varia- bile da 2 a 5 mm e si innaffiò abbondantemente.

La pianta passò tutta l’ estate al sole e venne bagnata con regolarità sino a fine settembre, quando venne tolto il contenitore.

La pianta aveva formato un ricco e ben distribuito apparato radicale. Si è quindi proceduto a tagliare il tronco al di sotto delle radici per rendere la pianta autonoma  e per poterla invasare in un vaso capiente che consentisse nell’anno successivo di sviluppare ulteriormente l’apparato radicale  e di migliorare la ramificazione con le nuove proporzioni, al fine di ottenere un Bonsai dalle caratteristiche corrette.

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