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Coltivazione

Un rinvaso fuori dal comune - ``Il Buddha``
Una defolgiazione sofferta
Un Ishizuki da un mucchio di lava
Dalla siepe al vaso
Non si raccoglie solo con le mani
Ristrutturazione del bosco del Club
Un rinvaso fuori dal comune - ``Il Buddha``
di Valerio Gianotti

Per questo pino silvestre raccolto in nature e tenuto in vaso di coltivazione per 5 anni, era giunto il momento di porlo in una vaso bonsai effettuando il rinvaso che si presentava davvero fuori dal comune. Avevo impostato la chioma, per la prima volta, due anni prima, dandogli la forma che avevo immaginata. L’anno successivo avevo tolto l’ armatura che mi aveva permesso di piegare i grossi rami, e rimosso il filo più grosso.

Le particolari dimensioni della pianta, ne fanno un rinvaso inusuale, il pino infatti presenta, alla base del tronco, un diametro di 53 cm. Ho scelto per la sua collocazione un vaso Tokoname che misura 81 x 51 cm.

Ho dovuto aiutarmi con una barra d’acciaio e una fune ancorandomi al tronco, per poterlo sollevare. Con l’ aiuto indispensabile di mio figlio, l’ho tirato fuori dal contenitore e posto a terra su di un foglio di nylon.

Durante i cinque anni di messa a dimora nel vaso di coltivazione la pianta aveva prodotto una grande quantità di radici, a dimostrare dell’ottima salute che godeva. Una lunga esperienza nella raccolta e attecchimento delle piante, mi fa utilizzare, in questa fase, esclusivamente pomice lavata.

Ho, per prima cosa, districato le radici per eliminare gli aghi decomposti rimasti nel terriccio di raccolta in cui viveva in natura.

Nel farlo mi ritornò in mente quando la vidi per la prima volta. Era posta su diversi lastroni di roccia, il diametro della sua chioma era di circa 5 metri, ma la sua altezza di solo 1,10 metri. La conformazione mi incuriosì e mi avvicinai. Scoprii che il tronco principale era molto bello, con una conicità eccellente. Tagliai i grossi rami che partivano orizzontalmente e mi ritrovai una pianta con una base di 53 cm. per un’altezza di 110. Con due grosse leve riuscii ad alzare una lastra di roccia di circa 2 mt. di diametro. Questo mi permise di sfilare la pianta con quasi tutte le radici dal sito in cui era collocata. Dove erano poste le radici, non esisteva terra, ma una fitta rete di micorizze e aghi decomposti. Questo mi ha fatto riflettere sull’importanza della quantità dell’acqua, priva di cloro e di calcare. Quanto alla fertilizzazione doveva essere minima e solo autunnale. Va considerato che questa pianta dovrebbe avere circa 400 anni.

Tornando al mio rinvaso, ho preparato una miscela composta da 70% di lapillo nero e 30% akadama grossolana.

Il rinvaso e terminato. Ora questo esemplare di pino silvestre fa bella mostra di se nel mio giardino, guardandolo mi sembra di trovarmi di fronte ad una statua del Buddha.

Una defolgiazione sofferta
di Marco Mantello

Buongiorno a tutti; scrivo questo articolo per raccontare una personale esperienza avuta questa primavera (maggio 2003), durante una serata di lavorazione al Bonsai Club Torino, presso il quale sono associato; probabilmente questo racconto potrebbe interessare più gli amatori, che gli esperti nel settore, in primis per il tipo di pianta di cui andremo a parlare, poi per il mio basso livello di esperienza.

Parleremo di un esemplare di Ficus retusa, acquistato l’inverno precedente, in un vivaio della Lombardia. Appena acquistata, la pianta presentava una chioma molto ampia, ma con ramificazione lunga ed esile ovunque; sicuramente la pianta necessitava di un lavoro di reimpostazione. Fu così che in primavera, intorno ai primi giorni di maggio, durante una serata di lavorazione, portai la mia pianta, e iniziai ad osservarla con Mauro Coppa, istruttore del Bonsai Club Torino, che mi consigliò di potarla in modo deciso, tagliando quasi tutti i rami lunghi sottili e privi di conicità.

Devo essere sincero: mi lasciò un po’ perplesso, nonostante la mia piena fiducia in Mauro, avevo paura di intervenire in maniera troppo drastica sulla pianta. Non era la prima volta che applicavo la defogliazione completa: l’avevo sempre fatto su un Buganvillea, a inizio primavera, sapendo che reagiva splendidamente; il mio personale dubbio era su come potesse fotosintetizzare una pianta senza foglie. Malgrado ciò, a malincuore, iniziai a potarla, finché la chioma verde e rigogliosa scomparve quasi totalmente.

Provavo una certa paura, nonostante fossi stato rassicurato da Mauro sui risultati del trattamento. “Aspetta un mese e la tua pianta sarà più verde e compatta di prima”: fu quello che mi fu ripetuto più volte. E così fu. Dopo circa 15 giorni la pianta presentava ovunque i nuovi getti, e dopo un mese era vestita di un verde brillante; il trattamento ha sortito i risultati cercati, come si può vedere dalla foto, scattata negli ultimi giorni dello scorso luglio.

 

Un Ishizuki da un mucchio di lava
di Claudio Coppa

La lava, sebbene sia di solito un materiale friabile, si presta per la sua colorazione scura a vari impieghi in ambito bonsaistico. Ed è proprio per questo che nell’estate del 1999 con uno dei nostri soci (Maria Teresa Volontario) in vacanza a Pantelleria, panorama vulcanico naturale, concertammo la raccolta e la spedizione di materiale lavico per il club. Il trasporto, purtroppo, lasciò ben pochi pezzi intatti, riducendoli quasi tutti a dimensioni tali da essere utilizzabili soltanto come piccoli vasi per le erbe di compagnia. Solo quattro pezzi superstiti erano di discrete dimensioni.

In una delle serate al Club ci chiedemmo chi e come avrebbe potuto utilizzarli. L’idea comune che scaturì fu di assemblarli per farne un Ishizuki del Club decidendo da subito la posizione che avrebbero dovuto assumere i pezzi di lava per creare una pietra finale slanciata dove gli spazi vuoti dominassero su quelli pieni.

L’idea fu di eseguire il lavoro di composizione durante le imminenti vacanze di Natale ritrovandosi quanti più possibile nella casa di montagna del ns. Presidente Claudio Coppa.

Causa le condizioni meteorologiche a lungo avverse riuscimmo a trovarci solo in quattro: Mario Sandri, Giorgio Vinassa e i padroni di casa Claudio e Mauro Coppa. Dopo alcune prove abbiamo trovato la posizione “naturale” delle quattro pietre e dopo una prima sbozzatura delle parti per farle meglio combaciare è iniziata l’opera di costruzione che ci ha trasformato in un misto di fabbri e muratori”. Le pietre sono state bucate per ospitare dei cavicchi di metallo rappresentati da pezzi di una barra filettata fermati nelle rispettive parti con mastice da marmo.

Anche le giunture tra le parti sono state colmate con il mastice e per mascherarne il suo caratteristico colore bianco, sono state cosparse con della lava sbriciolata.(foto4)

Dopo questa operazione le quattro parti sono diventate una sola costituendo la pietra finale.

Lasciata asciugare per qualche tempo, l’abbiamo portata in gennaio ad una serata del Club, dove con tutti i soci abbiamo valutato quale potesse essere l’idea migliore per realizzare un Ishizuki accettabile.La soluzione giudicata da tutti come la più gradevole era quella che prevedeva l’uso di una sola conifera per la parte medio alta, decisa in un cedro, e di alcuni Cotoneaster per la parte bassa, come caducifoglia. Nel proseguimento della serata molti soci, giovani e meno giovani, si sono avvicendati per mettere insieme la struttura di trattenimento delle piante fissando del filo di alluminio ricotto alla roccia mediante il solito mastice.

Si trattava ora di trovare la pianta adatta. Non è stato facile, ma alla fine il buon Giuseppe Sgadari, ha scovato il cedro adatto. Ed è stato così che in una sera dello scorso novembre un gruppo ben nutrito di soci si è dato un gran da fare per mettere su le piante. Armati di keto, akadama, filo e quanto altro potesse occorrere si sono preparati sia il terriccio che le piante. Il terriccio lo abbiamo ottenuto mescolando il keto con un po’ di akadama finissima, impastando con acqua il tutto in modo da ottenere un composto malleabile e morbido (“come il lobo di un orecchio” come dice il Maestro Hideo Suzuki). Un impasto troppo duro o troppo molle non potrebbe aderire alle rocce. Un primo strato di terriccio è stato fatto aderire alla roccia nella parte dove sarebbero state collocate le piante, dopodiché è stato applicato loro il filo solo sul tronco e sui rami principali onde evitare che in abbinamento alla lavorazione delle radici venissero a crearsi situazioni critiche per la vita delle piante stesse. L’apparato radicale, costantemente umidificato, è stato pulito dalla terra del vaso ed in seguito le piante sono state disposte in posizione sullo strato di terriccio precedentemente applicato, fissandole con i fili già presenti sulla pietra, avendo l’accortezza di avvicinare il più possibile i tronchi alla roccia..

Un secondo strato di terriccio è stato disposto sopra le radici cercando di riprodurre l’effetto delle balze come in una montagna vera.

 

Su questo strato è poi stato applicato un manto di muschio bloccando le zolle più instabili con piccoli fermagli di filo. Anche qui si è cercato di riprodurre l’effetto più naturale possibile utilizzando muschi di colori diversi.

A conclusione del lavoro sono stati posizionati i rami delle piante nel loro aspetto definitivo.

È stata una serata entusiasmante perché tutti si sono sentiti coinvolti e soprattutto perché a dare il contributo maggiore sono stati i meno esperti, compreso chi socio non era ancora, ed hanno trovato il coraggio di osare sotto la guida di Mauro.

Dopo due ore di duro lavoro, spese soprattutto per impostare il cedro, sporchi, ma felici il risultato ottenuto è quello che si può vedere nella foto. Siamo stati tutti d’accordo, e forse siamo un po’ presuntuosi, nel convenire che con le limitate risorse a disposizione l’Ishizuki sia riuscito abbastanza bene. Oggi a distanza di oltre sei mesi siamo anche felici di aver visto le piante attecchire e reagire positivamente. Adesso dovremo lavorare sull’impostazione della chioma per portarla alla forma definitiva

Dalla siepe al vaso
di Luca Maggiora

Il nome Ligustro deriva dal latino “lego”, poiché i rami terminali,lunghi e flessibili, erano usati in campagna sia per effettuare legature sia per la fabbricazione di oggetti di vimini. Il genere comprende circa cinquanta specie che per il loro aspetto cespuglioso e per le loro foglie più o meno persistenti vengono usate per la formazione di siepi folte, piacevolmente fiorite e profumate sul finire della primavera.

Non avevo mai lavorato prima una pianta di questo genere, ma l’occasione mi si presentò quando riuscii a recuperare da un amico dei ceppi di una vecchia siepe (circa trenta anni) che in primavera sarebbe stata smontata per far posto ad una nuova. Tra questi ve ne era uno di notevoli dimensioni e decisi di metterlo in un contenitore, mentre gli altri vennero posti in campo.

Il contenitore cui accennavo era costituito da una cassetta di polistirolo di cm 38×28 profonda circa cm 15 forata sul fondo al fine di garantire un buon drenaggio, riempita con un substrato a base di terriccio di foglie e torba bionda, con aggiunta di terra di campo e pomice di granulometria grossa.

Durante tutta la primavera e l’estate del 1997 la pianta venne lasciata germogliare liberamente e curata solo per quanto concerne l’annaffiatura e la somministrazione periodica di una leggera concimazione a base di prodotti liquidi. Il terriccio non si dimostrò molto adeguato in quanto, nonostante fosse abbastanza drenante, restava bagnato molto a lungo. Nonostante ciò a fine stagione la pianta aveva prodotto rami robusti e lunghi fino ad un metro.

Nel mese di novembre effettuai un’ulteriore capitozzatura dei grossi monconi restanti e venne scelta la linea definitiva del massiccio tronco.

All’inizio della primavera del 1998 effettuai il rinvaso della pianta e, notando con soddisfazione l’abbondante produzione di radici, la posi nuovamente in un contenitore di polistirolo con un substrato composto da pomice {granulometria media 4- 7 mm) e foglie di Faggio compostate. La germogliazione non si fece attendere e il tronco si riempì di nuovi rametti che vennero poi selezionati ed avvolti col filo metallico.

Durante tutta la stagione vegetativa, ad esclusione del mese di agosto, eseguii concimazioni organiche con pollina e i rami vennero periodicamente potati a due gemme quando raggiungevano la lunghezza di 5-6 internodi.

Alla fine del mese di febbraio 1999 la pianta venne potata e posta in un primo contenitore bonsai utilizzando un substrato uguale a quello precedente per garantire un buon drenaggio e la possibilità di abbondanti concimazioni.

D’ora in poi infatti, l’obiettivo sarà quello di infittire e selezionare i palchi per farle acquistare un aspetto più vetusto.

Non si raccoglie solo con le mani

Dal Bonsario n° 8 gennaio 2003

di Silvia Patrucco

 

Ho dovuto attendere più di un anno, ma alla fine anche io sono andata a cercare piante nei boschi!!

Prima di partire, però, non avevo un granché le idee chiare: pressappoco credevo che il giorno dopo tutto si sarebbe risolto andando in una località montana e che una volta scesa dall’auto avrei dovuto camminare con lo sguardo rivolto a terra nella speranza di inciamparmi in un bonsai…senza pretendere di trovare anche il vaso, s’intende! Invece, dopo aver fatto i primi 10 passi ho capito che comportarsi come quando si va per funghi non era la cosa più furba…

Accidenti, sapevo di essere andata a raccogliere, ma è stata una vera sorpresa accorgersi che avevo l’occasione di portarmi a casa un sacco di cose!! Non capitemi male, non è che mi sia messa ad estirpare qualsiasi forma vegetale trovassi sulla mia strada…piuttosto ho capito che la raccolta che potevo fare era diversa, molto più ricca e varia di quanto pensassi.

Prima di tutto ho cominciato a raccogliere immagini: intorno a me c’erano un’infinità di colori, forme e piccoli preziosi dettagli da notare. Era bello poter osservare come si era sviluppato un pino cembro aggrappato ad una roccia, oppure il movimento che caratterizzava l’apice di un vecchio larice, o ancora il grosso ramo ormai secco di un pino silvestre, che così spoglio com’era mi rivelava perfettamente le sue forme ed il suo portamento. Ovunque girassi lo sguardo avevo modo di vedere dal vivo ciò di cui avevo sentito parlare nelle serate del Club. E allora giù, in ginocchio, ad osservare da vicino lo shari sul tronco di un pino, a toccarne la corteccia per capire meglio come si fosse cicatrizzata. Poi poco più in là ecco un piccolo larice con alcuni rami rotti…che belli quei jin naturali così consumati, lisci e bianchi. Mi si presentavano infinite occasioni per memorizzare le forme create dalla natura, osservarne la varietà, interpretarne le regole, le motivazioni e le scelte. Avevo mille esempi davanti agli occhi, dovevo solo guardarmi intorno!

Prima di tornare a casa, dopo aver camminato in su e in giù, ed aver guardato attentamente tante piante, ho anche avuto la fortuna di trovarne alcune che mi piacevano più delle altre. Armeggiando con qualche attrezzo e senza dover fare nemmeno troppa fatica sono riuscita a portarle via con me. Più di così non potevo desiderare, la giornata era stata quanto mai ricca e soddisfacente!!

Vi dirò, l’emozione che provo ripensando a questa esperienza è ancora così forte che non mi stupirei se tutto ad un tratto la penna con cui sto scrivendo mi germogliasse tra le mani!! Meglio che mi fermi, ma non prima di aver ringraziato e salutato con un amichevole “occhiolino” chi mi ha accompagnata per boschi e chi mi ha dato preziosi suggerimenti. A buon rendere!

Ristrutturazione del bosco del Club
di Mauro Coppa

Eccolo qua! È tornato a farci visita il Bosco di aceri campestri (Acer campestris) del Bonsai Club Torino!

Erano ormai più di due anni che non se ne avevano notizie. Dopo essere stato assemblato il 7 febbraio 2005 durante una serata sullo stile da alcuni volenterosi soci, desiderosi di imparare tecniche e di acquisire manualità, è stato accudito nel mio giardino.

Quando si decide di creare un bosco è molto importante preparare con alcuni anni di anticipo il materiale di partenza, in modo da strutturarne apparati radicali solidi e regolari. Questi saranno di grande utilità per rendere fisicamente stabile la composizione durante le fasi di assemblaggio e favoriranno la sopravvivenza di tutte le piantine.

Al momento della costruzione del nostro bosco, il materiale di partenza non era stato sottoposto alle tecniche di preparazione per lo stesso lasso di tempo: gli alberi principali erano stati coltivati da diversi anni in vaso, strutturando correttamente la parte ipogea; le piantine più piccole erano state curate per minor tempo, presentavano pochi capillari ed alcune radici fittonanti, che è stato necessario rimuovere durante la realizzazione del bosco. La drastica potatura ha creato problemi ad alcune di esse, due delle quali non sono sopravvissute.

Piero Rosso, che aveva già fornito il materiale originario, ha iniziato quindi da subito a preparare altri piccoli aceri per sostituire quelli morti. La rapidità di reazione della specie ha reso sufficienti due soli anni per ottenere del materiale idonea.

In occasione della serata del 1 marzo, i soci del Club hanno rinvasato e ristrutturato il nostro bosco, sistemando le nuove piantine. L’operazione ha richiesto grande impegno e coinvolgimento da parte di tutti; è stato un momento importante specialmente per i nuovi soci, che hanno potuto impratichirsi nella tecnica del rinvaso e trarre interessanti spunti dalle spiegazioni degli istruttori che hanno coordinato l’attività di ricostruzione della composizione.

Il prossimo appuntamento con il nostro bosco, cui tutti sono invitati, sarà il suo passaggio dalla cassetta di coltivazione al vaso bonsai!

I nostri aceri campestri vi augurano un arrivederci alla prossima puntata!

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