di Mariano Sessa
Nel lontano 1999 ricevetti in regalo da mio fratello Giorgio, un tronco di olivastro (Olea Europaea Sylvestris) prelevato dalle Prealpi venete in zona Bassano del Grappa. Anche lui cacciatore di materiale da bonsai, da tempo aveva adocchiato questo esemplare. Come si vede, l’apice era stato capitozzato brutalmente ed in cima ai rami c’era un po’ di vegetazione, sembravano dei rami di
plastica piantati nel tronco. Notoriamente le foglie dell’olivo sono coriacee e danno quel tipico aspetto plastico. Si prospettava una bella sfida ma col tempo, la pazienza (sempre tanta) ed interventi anche di fresatura magari si poteva in prospettiva fare qualcosa. La particolarità di questa essenza con le foglie più piccole rispetto all’olivo ne fanno una varietà interessante per i bonsaisti. Il nebari era molto ben formato e poteva promettere bene. Non avrei mai immaginato come invece sarebbe andata a finire.
Riassumo per brevità come sono arrivato ad oggi e che cosa ne è stato. Dopo il primo anno di acclimatazione la pianta è deceduta con grave mio sconforto. Certo che il cambiamento di clima è stato notevole, da quello particolare delle Prealpi venete al caldo torrido di un balcone esposto a sud e con una insolazione a volte feroce che si protrae per un periodo molto più lungo dell’estate meteorologica. Avevo sperato che essendo un’essenza amante del caldo … ma così non è stato. Ma forse quella non è stata
l’unica ragione. Non avevo subito eliminato il vaso perché ero preso su altri fronti ma poi trasferii il tutto in un vaso di coltivazione più grande nella speranza di una miracolosa ripresa. Durante questo rinvaso osservai che la base del nebari era stata segata e che tutto aveva ancora dei segni di vita verdastri sotto la corteccia.. Bene feci perché dalla quella base nacque successivamente un pollone con mia massima sorpresa e felicità.
Nel numero 7 dell’ottobre 2002 del nostro compianto giornalino ‘Il Bonsario’ raccontai la mia esperienza su questa essenza. Solo ora, dopo tante peripezie, comincia ad attirare maggiormente
la mia attenzione (poverina, non sa cosa l’aspetta!). In tutti questi anni non ho effettuato alcun lavoro poiché il pollone nato alla base della pianta originaria era piuttosto esile e delicato. Trasferii il tutto in un contenitore di polistirolo per avere anche una facilità nel trasporto.
Tempo fa l’ho messa a dimora in un vaso di coccio piuttosto grande, con l’idea di lasciarla andare liberamente e osservarne lo sviluppo. Dopo il primo anno di incertezza la pianta ha preso pian piano vigore adattandosi bene alla nuova sede. La posizione era sempre la stessa, sul balcone ed in pieno sole; lo spazio limitato di circa 170×80 cm non mi permette grandi possibilità e in più di trentanni ho sperimentato, studiato, cercato e provato ad utilizzarlo in svariati modi. Una volta avevo anche la possibilità di tenere qualche fioriera appesa al muro ma dopo una ristrutturazione del caseggiato mi è venuta a mancare anche la possibilità di sfruttare l’altezza per gli stili a cascata che tanto mi intrigano. Tuttavia, nonostante gli scherzi e le contrarietà del destino, non ho perso fiducia e proseguo imperterrito. Comunque, torno al mio olivastro. Continuavo a sorvegliarlo senza effettuare interventi importanti, tanto meno pensavo di fare qualche potatura di correzione, aspetto tempi migliori. La prima svolta avvenne durante una serata al club in cui tra le varie cose dette tra soci e istruttori, una frase, detta lì per lì senza intenzione precisa, mi colpì come la folgorazione di S. Paolo sulla via di Damasco. Si parlava di essenze tropicali e mediterranee e a proposito dell’olivo qualcuno (Angelo Barone) disse che gli esemplari vecchi di questa essenza hanno sempre un’aria sofferta per via dei rami contorti soprattutto quelli secolari. Mentre tornavo a casa pensavo al mio olivastro: ‘che fosse giunto il momento di dargli un aspetto più ‘vissuto e sofferto’? Il giorno dopo ho ispezionato il mio olivastro che, poverino lui, non chiedeva altro che essere lasciato in pace! Ho preso del filo ed ho cominciato ad avvolgerlo attorno al ramo principale e man mano che andavo su scoprivo rami e rametti che prima non si notavano granché perché più aderenti al ramo principale. Ho piegato pian piano questo ramo facendo un paio di curve ed ho messo il filo
anche ai rami più piccoli aprendoli a ventaglio e dando più respiro al tutto. Non immaginavo di avere tanto materiale verde così e quindi sono passato al secondo ramo appena più sottile e meno ramificato ma interessante anch’esso. Questo ramo è opposto al primo e parte da circa 5 centimetri dalla base. Già lo so che questo è un difetto che vedrò in futuro se e come correggerlo. Ho fatto lo stesso lavoro di messa del filo anche qui e finito il filo ho visto che di rametti da impostare ne rimanevano ancora. Ho preferito però interrompere la tortura e vedere le reazioni. Questo lavoro l’ho iniziato verso fine settembre 2016 e in pieno inverno, grazie all’esposizione a sud, la pianta continua a vegetare e a cacciare foglie e rametti anche da più in basso della biforcazione principale e dalla base.
Voglio aspettare, pensavo, la piena ripresa vegetativa per constatarne lo sviluppo e
completare la messa del filo ai rametti che ne sono sprovvisti. Per ora sono soddisfatto dei primi passi e spero tanto che i miei sogni ad occhi aperti non finiscano invece nella mia lunga lista della ‘legna secca’. La scorsa stagione (2019) ho rischiato forte a causa di un attacco parassitario da parte di un insetto che si mangiava i teneri germogli apicali e terminati questi attaccava anche le foglie ancora giovani.
Una gratuita quanto sgradita potatura apicale. Ho interpellato Luca Maggiora che dalla foto che gli ho inviato ha smascherato questo intruso sgradito (larva di nottua). Con l’insetticida giusto ho risolto il problema e sono pronto ad intervenire in caso di spiacevoli ritorni. La cosa che mi incuriosiva era il fatto che il mio vicino di balcone ha tuttora una pianta di olivo che cresce in piena salute e vigoria. Molto strano.
Questa ultima foto è la situazione a fine stagione invernale in compagnia di altre erbette che eliminerò quanto prima ad inizio stagione. Non gli rende tanto onore ma vedo già spuntare gemme da ogni parte e le prospettive sono buone. Quando anni fa sono partito con il fuoco sacro bonsaistico, su questo mio balcone quasi non si poteva mettere piede tanto era pieno zeppo di vasettini di ogni tipo e delle più frequenti essenze che andavo raccogliendo in giro. Quelle che mi sembravano interessanti imparai purtroppo a mie spese che erano assolutamente inadatte ad essere predisposte a bonsai (platani, ippocastani, ailanti, alcuni aceri ecc.. tutti con la caratteristica negativa principale: foglie enormi). E allora li catalogavo segnando il tipo di essenza, l’età presunta, lo stato di lavorazione ecc… , un bel lavoro ma gli insuccessi hanno poi fatto sì che depennando dall’elenco la pianta deceduta (o uccisa direbbe qualcuno) la lista si allungava sempre più con mio sommo rammarico. Già, questa lista che ogni tanto mi torna sottomano mi fa riflettere sugli errori fatti da principiante e tale mi considero ancora. Non si impara tutto subito, si sa, come in tutte le cose; la teoria senza la pratica non vale se fine a sé stessa, e anche questo si sa. E la pratica che fa esperienza, questa è acqua calda forse direbbe qualcuno ma frequentando il club ho sempre imparato qualcosa e memorizzato qualcosa che prima mi era sfuggito. Anche argomenti sentiti e risentiti prima o poi mi hanno fatto aggiungere qualche tassellino mancante. Vedere e osservare le piante degli altri forma, senza accorgersene, l’occhio critico ma in senso positivo, notando la bellezza di alcune di queste ed anche i difetti ma tutto quanto utile alla formazione dell’allievo-bonsaista.

