di Mariano Sessa
Curioso questo titolo ma ne avevo pensato anche un altro: ‘Guarda in su, guarda in giù’. Lo capirete più avanti. Questo aneddoto risale all’incirca al marzo del 1990 quando mi sono trasferito in zona largo Orbassano a Torino. Non conoscevo nulla del ginkgo biloba se non per averne letto qualcosa anni prima su Tuttoscienze, l’inserto de La Stampa del mercoledì. Mao Tse Tung, si citava, amava sorseggiare un elisir di lunga vita, un infuso cardiotonico fatto con petali e con foglie di ginkgo biloba, questa pianta dal nome strano senza le consuete declinazioni latine in -is che troviamo in botanica, la nomenclatura binomia definita da Linneo, famoso medico e scienziato svedese appassionato botanico. Tornando all’epoca (non dei latini!) dei miei primi passi ‘botanici’ in cui mi prendevo cura anche di una certa varietà di rose, questa notiziola mi aveva incuriosito più per il riferimento alle rose che al ginkgo di cui non sapevo nulla, nemmeno come apparisse. Mi ricordo questo aspetto perché fin da allora questo strano nome, che mi faceva inciampare la lingua nel pronunciarlo, mi si era incastrato nel cervello e come un piccolo tarlo non ne era più uscito. Cercai notizie in merito in un’enciclopedia su fiori e piante in genere, una ristampa del 1978 di un volume di successo della casa editrice Selezione dal Reader’s Digest cui devo la mia iniziale curiosità di molti anni prima verso i bonsai diventata col tempo un interesse via via più marcato. Ma il ginkgo, questa essenza, è un vero portento! È una fonte di benessere dicono ed ha anche diverse definizioni: l’albero dei ventagli, pianta dell’eterna giovinezza e suppongo ancora altri. In questi giorni mentre stavo rileggendo questo mio scritto ho ricevuto sullo smartphone una notifica proveniente dal sito ilgiornale.it circa il ginkgo. Una scheda sintetica ma esaustiva a firma della giornalista Mariangela Cutrone. Ho verificato anche su internet e potete farlo anche voi, interessante. Ho conservato un articoletto in cui si riporta che alcuni esemplari di ginkgo oltreché di alcuni cachi sono sopravissuti perfino all’esplosione atomica di Nagasaki del ’45 rigermogliando dalle radici! Così scriveva David Zonta nella sua rubrica de La Stampa ‘Stropicciato come un papavero’, rubrica anch’essa sospesa da poco con mio notevole disappunto. Un fossile cinese vivente con 250 milioni di anni di storia alle spalle poteva mica soccombere per un ‘solletico’ atomico? C’è veramente tanta ‘letteratura’ intorno al ginkgo, se cercate in rete ne troverete in abbondanza. In quel volume che ancora oggi è un mio primo punto di riferimento, la foto del ginkgo in fase autunnale in verità, non rende onore a quello che invece in realtà questa straordinaria essenza riesce a mostrare a chi lo osserva con una certa attenzione. E in piena fase vegetativa anche da lontano la si riconosce benissimo per il particolare colore verdino delle sue foglie. All’epoca di quel mio primo incontro letterario col ginkgo biloba facevo il cartolibraio e tra un cliente e l’altro sfogliavo tutti i giorni il giornale ma in particolar modo lo leggevo avidamente il mercoledì con un interesse maggiore per via degli argomenti scientifici in genere molto interessanti ed affascinanti. Internet era di là da venire, esisteva solo in USA e quindi le ricerche non erano così a portata di mano come oggi salvo avere dei libri specifici di botanica. Chi oggi ha una cinquantina d’anni si ricorderà sicuramente di alcuni fascicoli che si compravano in cartoleria e che servivano per le ‘ricerche’ scolastiche. Si ritagliavano le figurine per incollarle sui quaderni e svolgere l’argomento del compito. Erano informazioni molto scarne e povere ma utili per introdurre gli argomenti. Di allora conservo ancora i ritagli di giornale, prevalentemente di botanica, li incollavo anch’io su delle pagine bianche e archiviavo in un classificatore ad anelli oggetto molto in voga in quell’epoca, un vero cult, parola di ex cartolaio. Oggi è tutto più virtuale, sembra che ci sia meno spreco di carta, basta creare una cartella virtuale sul pc, nominarla ed inserirvi di tutto e di più, ogni genere di documento e così via. Questo fatto fa sembrare ancora più lontano quel mondo invaso da tanta carta. Oddio, non è che l’informatica l’abbia fatta sparire del tutto come alcuni prospettavano e promettevano sicuri specie gli ecologisti prima maniera. Provate oggi ad andare in banca per una qualsiasi pratica e vi inondano di cartaccia anche se riciclata!. Ma mi domando … e se poi si ‘inchiodano’ i sistemi informatici per colpa di qualche diavoletto? Tutti i nostri saperi conservati virtualmente e gelosamente dove vanno a finire? Non ci voglio proprio pensare! Comunque, di carta se ne fa ancora troppa ma specialmente inutile che … poveri nostri alberi! E poveri noi! Ma veniamo appunto ad essi, al ginkgo in particolare. Il mio primo incontro ravvicinato anzi ravvicinatissimo è stato un mattino di primavera. Nella foto qui allegata lo distinguo, è a circa 6-7 metri dietro la ruspa, alla sua base c’è un cespuglio ed ha una biforcazione a circa due/tre metri di altezza (si vede poco e male ma fidatevi) da cui partono dritti i due rami principali. Non ho trovato foto migliori, questa è l’unica rimasta in cui compare tutto il patrimonio arboreo di quel bellissimo giardino prima della sua distruzione. Ora questo non esiste più, è stato fagocitato dal Passante Ferroviario – Quadrivio Zappata. Quello che vedete in foto d’archivio con in mezzo una vecchia pista per pattini a rotelle aveva un discreto numero di alberi di varie specie e arbusti tutti quanti con un’età prossima alla cinquantina. Oggi sarebbero quindi vicini al secolo di vita. Suppongo sia stato creato proprio alla fine della seconda guerra mondiale. A ripensarci mi tornano in mente quante piantine autoctone figlie di quelle presenti lì avrei potuto raccogliere,
le avevo a portata di mano e non le degnavo che di uno sguardo sfuggente, disinteressato e distratto anche se guardavo in giù! Avercelo ancora oggi quel vivaio di tantissime piantine da distribuirne a piene mani! Degli alberi più adulti ho avuto modo di osservarne ed ammirarne la fisicità quasi giornalmente almeno per 7-8 anni finché gran parte di loro sono poi stati abbattuti perché intralciavano il cantiere avanzante o sono morti dopo essere stati gravemente danneggiati dal passaggio sulle radici affioranti delle ruspe o dei camion pesantissimi. Vedete nella foto come la ruspa stesse facendo purtroppo il suo sporco lavoro. Dunque, stavo facendo lì vicino casa una piccola passeggiata col mio fido Thomas dove c’era questo giardino dedicato a Ludwik Lejzer Zamenhof inventore dell’esperanto. Tra l’altro, finito il cantiere e tolta la targa commemorativa, ho scoperto che gli hanno poi dedicato un altro giardino in corso Svizzera. Sorvegliavo il mio accompagnatore sempre a caccia di qualche topolino tra i cespugli e osservavo anche l’ambiente intorno. Mentre ne ero assorto la mia attenzione è stata attirata da un volatile che se ne stava tranquillamente ma appollaiato stranamente su su in cima a questo strano, anch’esso, albero ancora spoglio, il ginkgo, con rami che partivano in tutte le direzioni come fossero stati inchiodati a caso da una mano frettolosa. Di piccioni ce n’erano in giro sì e ce ne sono ancora tanti in zona per via del cibo abbondante che le cosiddette ‘anime pie animaliste’ spargono a destra e a manca per la felicità di tutta la fauna residente, topi di varia specie e grandezza, corvi, colombi, merli, tordi e passeracei vari, questi più graziosi e simpatici. Qualcuno di questi sono riuscito anche a fotografarli. Mi incuriosiva il fatto che i piccioni o colombi torraioli raramente scelgono di stazionare sugli alberi e tantomeno in cima così in punta. Ci doveva essere un buon motivo. E poi a ben guardare aveva una coda, un po’ più lunga di quella di un piccione e non riuscivo a distinguere bene cosa fosse per via del sole in fronte. Sono stato fermo ad osservarlo dieci metri sotto di lui e poco dopo aver spiccato il volo il mistero si è svelato, era un falco! Sì, era un rapace, ma quale? Ora, non sono un ornitologo ma so che il volo dei rapaci è molto caratteristico, non battono le ali con la stessa forza e continuità dei colombi perché dopo qualche battito distendono le ali e veleggiando sfruttano le correnti d’aria ascensionali. Questo è quello che ha fatto per la mia gioia e sono rimasto lì a bocca aperta ad ammirare le sue evoluzioni fino a sparire. Si era posato in un ottimo punto di osservazione controllando sia il trincerone ferroviario (quello che ho già menzionato di recente) ben frequentato dai topi e sia la zona circostante a caccia di qualche preda più facile. Ho pensato fosse un falco pellegrino ma col tempo, cercandolo con gli occhi nel cielo ho scoperto invece che si trattava quasi sicuramente di un gheppio per via della sua livrea castano-nocciola. Un giorno addirittura è passato sotto il mio balcone mentre cercava di sottrarre un piccione già ferito ad un corvo che aveva le sue stesse intenzioni predatorie. In quell’occasione, vedendolo io dall’alto del terzo piano, stavolta ho visto il suo colore, sì, proprio del gheppio. Che tra l’altro, come specie, pare, stando ai giornali, si sia ambientato bene in più punti della città data l’abbondanza di prede e di molti punti di osservazione molto alti e quasi inaccessibili agli umani, questi disturbatori! Ho scoperto anche dove stava la sua casa, (che non vi svelerò) sperando che ci ritorni anche la prossima primavera. Negli anni ho potuto gioire nel vederlo volare alto con la sua compagna, suppongo, e nell’addestramento al volo dei piccoli. Ho anche un video del giugno 2012 che li riprende nelle loro evoluzioni. Li riconoscevo dalle loro grida stridule e anche dal gracchiare dei corvi che cercavano di scacciarli dalla zona che questi consideravano di loro dominio e competenza. Delle vere battaglie aeree! E più volte ho proprio goduto di questi spettacoli grazie alla mia particolare attenzione a ciò che vola alto nell’aria. In casa ci sono sempre stati per lunga tradizione famigliare dei piccoli cantori, canarini soprattutto ma anche cardellini, fringuelli, lucherini quando ancora questi selvatici non erano protetti come oggi. Mi ricordo che mio papà andava a Porta Palazzo la domenica mattina quando c’era il mercatino degli animali ed ogni tanto se ne tornava con un cardellino che diventava subito il beniamino di casa. Fuori a passeggiare con il mio cane mi divertivo ad ascoltare e riconoscere i loro canti liberi nella natura. Oltre ai bonsai anche la passione per i piccoli volatili mi accomuna a Mauro con cui ho fatto qualche scambio anni fa. Il guardare in su come per istinto mi ha anche regalato in un pomeriggio di fine settembre lo spettacolo di uno stormo di 4 cigni bianchi in perfetta formazione più o meno ad altezza di 100 metri che partendo da direzione zona Po puntavano a ovest forse verso qualche zona umida del cuneese di loro conoscenza. E meno male che non ero solo altrimenti qualcuno potrebbe dubitare della mia lucidità mentale, ma non mi interessa, tanto io li ho visti e non erano ufo. Ora passiamo alla fase ‘guarda in giù’. Dal giorno del gheppio ho fatto più caso ai ginkgo che incontravo per la città e un sabato di inverno passando in città, in centro per il Giardino Lamarmora, ne ho notati alcuni, mi pare fossero tre, belli alti e vetusti col bel loro tappeto di foglie dorate e di bacche. Ho ritrovato un ritaglio già ingiallito della rubrica, anch’essa da tempo
cancellata, ‘Saper spendere’ de La Stampa. Vi leggo che il nome corretto è Ginkyo lo spiegava la professoressa Elena Accati dell’UniTo. Vuol dire “albicocca d’argento” (gin significa argento, mentre kyo significa albicocca). Insieme al ritaglio degli anni ’80 ho riscoperto anche alcune particolari foglie grandi (15x12cm!) che avevo raccolto e conservato perché mi ricordavano i grandi ventagli con bianche piume di struzzo che usavano gli antichi per rinfrescarsi e che vedevo da bambino nei primi film a colori storici in costume degli anni ’60. A fianco del re c’erano gli schiavi che sventolavano questi grandi ventagli per rinfrescare il loro signore. Questa in foto è una foglia singolare perché addirittura trilobata, ragione per cui l’ho conservata. La signora che aveva scritto a quella rubrica per avere delle dritte, rileggendo, ho scoperto che aveva fatto lo stesso mio percorso iniziando a raccogliere le bacche proprio dallo stesso posto, che combinazione! Mi sono ingegnato quindi a portarmene in tasca senza danneggiare il cappotto ed arrivato indenne a casa li ho messi al freddo in attesa di seminarli. In questo dicembre 2020 per una imprevista e fortunata combinazione mi sono ritrovato a passare di lì e mi sono fermato ad ammirare quei due colossi. Eccoli! Sono due, ricordavo male. Sono alti più dei palazzi vicini tanto che si può calcolarne l’altezza approssimata in circa 30 metri e più. Come vedete il sapiente progettista giardiniere aveva previsto di piantare proprio una coppia, maschio e femmina data la natura dioica della specie.
Qui si nota come il maschio è già spoglio mentre la femmina ha ancora delle foglie ma soprattutto ha le bacche che come la prima volta ho raccolto ed infilato in tasca.
La prima volta, passati un paio di mesi, le avevo interrate ed avevo aspettato la loro germogliazione avvenuta con mia grande soddisfazione. All’epoca, per miei noti problemi di spazio ho tenuto la piantina più forte che trovandosi a suo agio dopo i primi anni da ‘bebè ha cominciato a sparare rami in ogni direzione. Avevo un progetto in testa, quello di farlo sviluppare molto e provare a farne un esemplare maestoso, beh! non esageriamo, importante comunque. Questa idea mi era rimasta parlando ad una cena con un anziano professore di Milano anche lui appassionato di bonsai. Durante l’aperitivo tra la quarantina di invitati noi eravamo gli unici due che osservavano ed ammiravano una giovane sughera dall’età stimata in 15 anni piantata nel bel mezzo del cortile. Il padrone di casa, mio cugino Ezio, ci disse che gliel’avevano regalata. Essendo un’essenza tipica dell’area mediterranea ci siamo stupiti e un po’ preoccupati sulla sua capacità di resistere alle temperature rigide dell’inverno della pianura torinese. Non so come ci siamo trovati a parlare di bonsai e a proposito proprio del ginkgo lui sosteneva che coltivato a bonsai si esprimesse meglio a certe dimensioni importanti, 1 metro, 1,5 metri di altezza o più. Mi è parso di capire che ne possedesse qualcuno per poterne parlare con quella convinzione. Io non ne ho mai visti così, forse non me lo ricordo, ma l’idea mi intrigava ugualmente anche se allora non mi rendevo proprio conto della impossibilità per me di realizzare una cosa simile coltivandolo solo sul balcone. In tanti anni di frequentazione del Club non ricordo di averne visti lavorare nelle nostre serate dato che la scelta in maggioranza preponderante è rivolta alle altre conifere. In soccorso a questa mia situazione è avvenuta alcuni anni dopo la necessità di traslocare altrove tutte le mie piante dato che era in programma la ristrutturazione delle facciate del palazzo in cui vivo. I balconi dovevano essere sgombri. Il ginkgo già alto un bel metro è stato benevolmente ospitato in un giardino di una mia amica per un paio d’anni e trovandosi perfettamente a suo agio si è scatenato affondando le sue radici nel terreno sotto al suo vaso di coltivazione. Nel momento però di riportarlo a casa mi si è presentato il problema di che farne. Era così ben sviluppato che mi è mancato il coraggio di potarlo e ridurlo drasticamente. Già il problema del trasporto mi faceva penare perché ho fatto molta attenzione nel piegarlo e soprattutto a non spezzarlo. Ho pensato così di regalarlo al mio amico

Ermanno di Cumiana, anche lui socio del club che di spazio ne aveva per poterlo non solo ospitare ma anche curarlo a dovere. E infatti, lui molto carinamente l’anno scorso, prima del Covid, mi ha regalato un piccolo ginkgo ricavato con la tecnica della margotta prelevata proprio da quello che gli avevo regalato io. Un pezzo di famiglia è tornato a casa! Nel vaso l’ha mantenuto per 4/5 anni. Quando l’ho ricevuto ero proprio felice come un bambino cui si regala un giocattolo ambìto. Certo che non è un giocattolo anzi ora mi si ripropone il quesito su come impostarlo. Qui lo vedete com’è ora (90 cm dalla sua base) e l’apice cresciuto quest’anno fa sembrare due piante una sull’altra. Dopo il rinvaso si è sviluppato proprio alla grande direi!
In più schede tecniche si sconsiglia la potatura pena il disseccamento dei rami, proprio un incentivo alla coltivazione a bonsai che della potatura ne fa una tra le sue tecniche basilari! Ma come potete vedere anche voi pare che l’esemplare in questione abbia resistito finora molto bene alla potatura di impostazione. Ora tocca a me. Tempo fa ho ricevuto un video di bonsai che facevano sfondo ad una poesia di José Luis Borges “L’albero degli amici”. Non è riferita proprio al ginkgo ma leggetela, non sarà tempo sprecato. Ho conservato il video più per la poesia che per i bonsai ma l’ho catalogato tra questi. Riguardandolo c’è proprio un ginkgo in fase autunnale, il periodo in cui sfoggia tutta la sua bellezza con tutte le foglie d’oro smagliante. Sembra una ceppaia o un multitronco ma le foglie impediscono un accertamento più preciso. L’impatto visivo è notevole e la sua altezza non è facilmente stimabile. Scartabellando tra riviste e vecchi cataloghi ho visto alcuni ginkgo in stile formale e le foglie ridotte e proporzionate all’insieme. A questi ultimi mi ispirerò perché mi sembrano più convincenti ed adatti al mio caso. Ho riguardato anche la foto sopra dei due maestosi esemplari cercando ispirazione … Attenderò la sera del 14 gennaio 2021 quando in videoconferenza si parlerà anche del ginkgo biloba e magari potrò fare tesoro di qualche informazione o qualche spunto in più. Al momento di procedere con la rimodellatura deciderò e se ginkgo/bonsai sarà, chissà? Forse sarà il primo della specie a trovare un piccolo spazio della galleria del nostro Club?

